mercoledì 7 febbraio 2018

Ripopolare la montagna, a passo di gambero!

LETTERA APERTA AL SINDACO DI TOLMEZZO
Preg.mo Sig. Francesco Brollo                                          p.c.       Mons. Sergio Di Giusto
 Sindaco del Comune di Tolmezzo.                                  Curia Arcivescovile, Via Treppo, 7 - Udine
            Oggetto: utilizzo dell’ex canonica di Fusea.
            Ammesso e non concesso che esista un obbligo per i Comuni di provvedere l’alloggio ai parroci, è evidente che questo obbligo decade se non c’è il parroco, o a maggior ragione se, come nel caso di Fusea,  con decreto del Ministero dell’interno in data 29.08.1986, sia stata “estinta” la personalità giuridica della chiesa parrocchiale  e il suo patrimonio sia stato trasferito di diritto alla Parrocchia di Cazzaso.
 L’immobile ex-canonica di Fusea è per 8/10 di proprietà comunale, accatastato “in usufrutto al curato pro tempore”. Mancando il parroco residente, (dal 1977), il diritto all’usufrutto si è evidentemente prescritto per il non uso e per l’abbandono del bene. Ci si troverebbe a discutere di un rudere se i sindaci predecessori non avessero provveduto, con buon senso, a dare diversa destinazione all’immobile. Ciò facendo hanno evitato il dissesto anche dei due decimi di proprietà della parrocchia.
            Ora il parroco pro tempore  Mons. Zanello ha rivendicato all’uso della Parrocchia di Cazzaso anche la parte comunale dell’ex-canonica di Fusea, (dopo averla rivendicata con il predecessore Zearo, nel 2012, come “estinto” Parroco di Fusea!). A che titolo, per quanto detto sopra? Invece, inspiegabilmente, il Comune ha aderito alla richiesta  con la convenzione n.24/2017 S.P. del 19 giugno 2017.
            Dall’operazione sarebbe derivato l’obbligo per la Parrocchia di Cazzaso a sfrattare l’inquilino che ha consentito di evitare il dissesto dell’immobile in questi anni. Eppure,  il parroco si era impegnato a mantenere il rapporto di locazione in essere. Non solo, il mese di maggio del 2016,  aveva sottoposto al locatario una proposta di nuovo contratto di locazione. Che cosa è cambiato per indurre il Parroco a  rappresentare  al locatario, il 28 novembre u.s. la necessità di “definire i tempi e i modi con cui intenderà rilasciare l’immobile” perché “la casa parrocchiale non può essere ceduta neppure parzialmente in comodato o locazione a terzi”? Neppure con il consenso e a richiesta del Comune proprietario?
            Chi, è perché, ha bluffato in questa fase della vicenda?
            Il Comune quindi avrebbe concesso un immobile, proprio bene patrimoniale, alla Parrocchia di Cazzaso costretta a lasciarlo vuoto, ai sensi della stessa convenzione con la quale le è stato concesso!!! In “punta di diritto” quindi la ex canonica di Fusea sarà d’ora in poi inutilizzata a fini di culto  come quella di Cazzaso. Con l’impegno per il Comune alla manutenzione straordinaria!
            Sembrerebbe che il vantaggio per il Comune su questa operazione debba ricercarsi nel fatto che ora potrà realizzare un campetto gioco nel cortile della ex canonica. Rilevato che il terreno è di proprietà comunale, lo si è dato in uso alla Parrocchia di Cazzaso, ora quindi il costruendo campo giochi, sarà gravato dal vincolo di “destinazione al culto”, utilizzabile a parere del Parroco. Così pure d’ora in poi la Consulta frazionale potrà utilizzare i locali di proprietà comunale, “concordando il calendario delle riunioni” con il Parroco. Ha  senso tutto questo?
            L’unico vero problema da risolvere era il fatto che, in conto affitto (regolarmente poi pagato al Comune) il locatario (con il tacito consenso di Sindaco e Parroco del tempo) aveva realizzato l’alloggio utilizzando in commistione locali del Comune e della parrocchia. Non essendo possibile il ripristino della situazione quo ante, sarebbe bastato definire un accordo di permuta delle proprietà, riconoscendo alla Parrocchia i suoi  due decimi, in una soluzione fruibile dalla stessa per le attività parrocchiali, in cambio delle preesistenti tre stanze su tre piani, per questo inutilizzabili “a fini di culto”. Si sarebbero così salvaguardati i diritti e gli interessi sia della Parrocchia  che quelli del Comune.
            A prescindere dalla possibilità che,  per la fattispecie determinatasi, il Comune potesse risolvere la situazione facendo valere il diritto d’usucapione, si può ancora arrivare a questa soluzione di buon senso, discutendo  il caso con la Curia, dopo aver provocato il recesso dalla citata sciagurata convenzione.
            Non è un “fatto privato”, come ha affermato in Consiglio un assessore, ma emblematico e politicamente significativo, l’allontanamento, (per iniziativa diretta o indiretta del Comune capoluogo della Carnia) per lasciare vuoto un nuovo alloggio, d’una persona che in questi anni ha dimostrato nei fatti che si può scegliere di vivere in montagna. Se poi nel caso si tratta d’uno studioso dei problemi della Carnia (fra le tante opere  basti ricordare “Comunità di Carnia” Ed. Casamassima, 1985), l’allontanamento, invece che il conferimento della cittadinanza onoraria, diventa sorprendente come fatto caratterizzante  l’anno di “Tolmezzo città alpina”.
          
                                                                                         


lunedì 22 gennaio 2018

Tolmezzo, città-mercato.

       Tolmezzo, a suo tempo, era un città murata come Venzone. Ma era anche una città-mercato. Sviluppata  all’interno come un anello da percorrere pedonalmente. Alla fine dell’Ottocento inizi del Novecento, è passata l’idea sciagurata di sventrarla e farne una città di transito. Nel 1906 si è demolita anche la porta di sopra e si è allungato il paese su Via Matteotti, spostandovi le attività commerciali che avrebbero dovuto completare l’anello su via Del Din e via Linussio. 
       Negli anni venti si aprì una grande discussione sul tema della possibilità di ripristinare l’impianto originario. Vinsero quelli dei si e si impostò un piano regolatore che prevedeva nel giro di venti anni di riportare, “entro le mura” le funzioni commerciali e di servizio emigrate. 
        Non sono state ricostruite le mura, ma al loro posto c’è un pettine di parcheggi. Via Lequio è diventata la via che fascia la città mercato, attrezzata con spazi parcheggio.               All’interno il circuito pedonale è stato rafforzato con un circuito coperto dai sottoportici. Ci sono voluti venti anni, e la lungimiranza degli amministratori degli anni venti, ma ora (siamo nel 2050!) Tolmezzo è famosa e in pieno sviluppo, perché è diventata una moderna città-fiera su un impianto urbanistico storico, una originale quindi città-mercato.



lunedì 1 maggio 2017

I mitici anni venti (aggiornato al 1° maggio 2017)

2020 - QUEI MITICI ANNI VENTI
La cappella Linussio in fase di restauro!

 ANTEFATTO
            Con la macchina del futuro siamo finiti nel 2050. E’ stato ritrovato un racconto scritto negli anni trenta nel quale, lamentando la crisi economica e sociale che sta attraversando Tolmezzo, si ripropone con nostalgia e rimpianto la Tolmezzo degli anni venti (2020), che con non celato orgoglio l’autore definisce “mitici”.
            Anche quella volta, tiene a sottolineare  si era usciti da una crisi terribile. C’era stato il disgraziato 2015 che viene definito da lui (forse per dirci che sa di latino!) “annus horribillimus” l’anno che più orribile non si può: l’anno della chiusura del Tribunale, del fallimento “de facto” se non “de iure” della Coop.Ca, della chiusura delle caserme. Etc. etc. di disgrazia in disgrazia!
            Ma è stato proprio l’aver toccato il fondo che, secondo l’autore di questo racconto-cronaca, ha dato una scossa, ha provocato la reazione  che ha portato allo sviluppo che si è conosciuto nei successivi “mitici anni venti”.
            Non è ben chiaro come, ma si ha l’impressione che questo raccontastorie degli anni trenta, sia uno che in qualche modo ha contribuito (o ritiene d’aver contribuito!) alla ripresa d’allora. Anche se fosse millantato credito, la pubblicazione del suo diario-racconto sugli anni venti, si presta ad alcune riflessioni che forse aiuteranno a superare anche la crisi in atto negli anni Cinquanta.
            E’ proprio vero che a Tolmezzo le crisi sono cicliche!




 Cap. 1 - LA PRO CARNIA.           
           
            Come ho già avuto modo di anticipare, quel fatidico 2015 il Destino non aveva lesinato con le disgrazie per Tolmezzo. Si può ben dire che il cielo aveva grandinato disgrazie. Come succede con la grandine nei campi, non solo s’era perso il raccolto esistente, ma s’era fatta terra bruciata. Non c’era chi riuscisse a farsi venire  una idea su come reagire, su cosa inventarsi di nuovo.
            Quando non si è in grado di nutrire speranze ci si rifugia nei ricordi e nella nostalgia. Fu così che l’unica idea che riuscì a emergere fu quella di tornare al passato. I Comunisti sono abituati a vivere del mito della Resistenza, hanno fatto della Repubblica Partigiana della Carnia il loro epinicio. Pasquale che ha il vantaggio di venire dal Sud, da insegnante di storia, ha fatto un ulteriore salto all’indietro e ha scoperto che negli anni Trenta del Novecento, la Carnia ha avuto un sussulto culturale e ha dato vita a un associazione denominata “Pro Carnia”.
            “Basta rifarsi a quella esperienza,” ha pensato, “e il gioco è fatto!”
            Detto e fatto. Ha trovato un gruppo di vecchietti di varia estrazione politica, che convinti dal suo entusiasmo, hanno fatto rinascere l’Associazione “Pro Carnia”.
            Arrivati alla costituzione il loro gesto ha ottenuto l’effetto desiderato.
            Per caso, o per l’intelligenza dei cittadini, ad amministrare il Comune in quell’anno c’era una Giunta di giovani, che sT sentì offesa dall’iniziativa dei vecchietti.
            Ma come? L’Associazione Pro Carnia metteva assieme dei giovani trentenni desiderosi di confrontarsi per farsi venire delle idee innovative sul futuro della Carnia! Vuoi che non siamo all’altezza di fare altrettanto! Vuoi che il nostro futuro economico e sociale sia la risultante del passatempo nostalgico di quattro pensionati!
            Detto e fatto. Dall’assessore alla cultura del Comune di Tolmezzo è partita subito l’idea non di una associazione (termine obsoleto!) ma, secondo la moda del momento di un  think tank (serbatoio di pensiero in inglese) cioè di un gruppo di lavoro tra i Presidenti di tutte le Associazioni che a vaio titolo si interessano della politica economica e sociale della Carnia.
            Da non credere! Il think tank è stato come una benefica scossa ad un corpo sociale che si era lasciato prendere dal torpore, dalla malinconia, dal pessimismo.
            Il Think tank si è collocato nei locali dell’ex tribunale. Dal think tank è nato un impact hub uno spazio   di ispirazione, di sharing ideas, di condivisione delle idee, un network tra professionisti ed innovatori un spazio attrezzato per il coworking.
            I locali in passato destinati all’amministrazione della giustizia, sono diventati in breve la culla e il nido ove ha preso vita un nuovo modo di pensare e di agire che è stato all’origine del boom economico e sociale vissuto dalla Carnia nei “mitici anni venti”..


 Cap. 2 - CINQUANTA ANNI DELLA BIBLIOTECA CIVICA.
           
            Nel 2015 per riprendersi tra tanti disastri si è voluto ricordare che almeno la Biblioteca non pare in crisi. Porta molto bene i suoi cinquanta anni. Anche perché li ha utilizzati per crescere, per sistemarsi in locali adeguati.
            Era una celebrazione che andava enfatizzata e che invece si è ridotta all’incontro di quattro vecchietti nostalgici e ha suscitato una violenta presa di posizione delle opposizioni in Consiglio Comunale.
            Si dice che sia stato presentato un Odg che così reciterebbe.
            La biblioteca è stata voluta e realizzata dal CUCC Circolo Universitario Culturale Carnico. Celebrare i cinquanta anni non doveva ridursi ad una bicchierata ma doveva essere il momento per  ricordare che un tempo gli universitari carnici (pochi allora!) avevano saputo mettersi assieme, produrre delle pubblicazioni, allestire una biblioteca.
            Se allora, perché non ora?
            E’ stato così che l’Amministrazione Comunale ha deciso di ripetere la celebrazione del Cinquantenario della nascita  della Biblioteca Civica, con un invito personale diretto a tutti gli attuali universitari carnici a partecipare ad un convegno intitolato appunto “Se allora, perché non ora?” per discutere quindi se e con quali nuovi obiettivi si potrebbe immaginare di rifare il CUCC?”
            Il sindaco ha introdotto il convegno sottolineando che il passato non chiede d’essere celebrato, chiede d’essere tenuto in considerazione per poter immaginare il futuro.


 Cap. 3 - IL CINEMA PER LA CARNIA.

                        Secondo il gestore del bar Al Drago, il fatto emblematico a sottolineare che a Tolmezzo nel 2015 s’era toccato il fondo, era stata la chiusura del Cinema David.  E’ vero che i disastri erano stati altri: la chiusura dopo 110 anni della Cooperativa, e dopo 150 del Tribunale. Tanto per ricordare i più catastrofici! Ma secondo lui, la chiusura del Cinema era stata come la classica goccia che fa travasare il vaso. “Che Tolmezzo, per tutta la Carnia, non riesca a gestire neppure un Cinema è il colmo!” continuava a ripetere. Per non dar peso alla cosa, qualcuno sosteneva che il Cinema aveva perso d’importanza. I films si potevano vedere comodamente distesi nel salotto di casa, alla Televisione o al Computer. Era vero! Ma che per vedersi un film in sala sullo schermo gigante un carnico dovesse scendere fino a Gemona, era il colmo. Era un altro segnale della perdita del ruolo di Tolmezzo al servizio della Carnia, come suo Capoluogo!
            Fatto marginale, se si vuole! Ma emblematico! E a volte i fatti emblematici finiscono per avere più importanza di quanto ne abbiano nella realtà.
            Se ne resero conto subito gli amministratori del tempo e misero mano alla trasformazione del Teatro Comunale  Candoni in un vero Cinema-Teatro, dotato dei più moderni mezzi di proiezione.
            Anche quando s’era iniziato a far teatro, negli anni 80 del Novecento, c’erano state delle perplessità sul fatto che Tolmezzo potesse reggere una vera stagione di prosa. Poi il sistema degli abbonamenti, un po’ alla volta aveva creato l’abitudine. E’ avvenuta la stessa cosa per il Cinema. Di anno in anno, l’abbonamento a una serie di films famosi, commentati a mo’ di cineforum, alternati con le sorprese delle ultime novità, ha creato l’abitudine.
            Nei mitici anni venti così, fra le altre cose, era diventato “di moda” in Carnia andare al cinema una volta alla settimana. Si era anche  creata l’abitudine a prolungare i commenti al Bar, con la soddisfazione del gestore del Bar al Drago, che in effetti s’era aspettato di trarre vantaggio dalle critiche  inizialmente rivolte all’Amministrazione.
             “In Carnia non si fa nulla per nulla,” dicevano i vecchi del Novecento!
            Ma già che c’erano, quegli amministratori previdenti, attrezzando il Candoni a Cinema, pensarono bene di completare anche la gradinata esterna per farne uno Spazio-giovani.  Dato in gestione alla  Associazione “I  Ventenni di Carnia” di anno in anno lo spazio-teatro all’aperto si affermò come luogo di concerti, di dibattiti scanzonati, di cabaret, palestra per giovani carnici amanti del fare musica e teatro.
            Forse era stata proprio questo la chiave che aveva consentito la rinascita di Tolmezzo in quei  mitici anni venti: l’essere riusciti a coinvolgere  i giovani ventenni!!!


 Cap. 4 -IL FILM “INCHIESTA IN CARNIA” di Dante Spinotti.

             Qualcuno sostiene che il Rinascimento della Carnia che si è concretizzato nei “mitici anni venti”, sia iniziato con il film di Dante Spinotti, proiettato agli studenti delle scuole medie superiori l’11 gennaio del 1916. Un’affermazione azzardata perché la rinascita di un territorio è il frutto di tanti fattori favorevolmente concorrenti. Ma anche un grande fuoco è sempre il risultato d’una scintilla, e non è da escludere che la scintilla sia stata la provocazione contenuta in quel film.
            Pessimismo e vittimismo erano le stigmate della Carnia fino a quel momento. Dante Spinotti era un carnico che aveva  potuto vivere l’avventura di vivere il mondo, finendo a fare il direttore della fotografia, senza mai dimenticare le sue radici carniche. Anzi  senza mai smettere l’orgoglio per quelle radici. Quasi a testimoniare la gratitudine per ciò che gli era venuto dalla terra delle sue origini, ha voluto in un film, provocarne la reazione. Dare la scossa per la rianimazione!... E’ nato così “inchiesta in Carnia” un film nel quale le affermazioni degli intervistati si mescolano a splendide e suggestive immagini della Carnia. Dalle interviste, Dante ha estrapolato prevalentemente affermazioni ottimistiche, cariche di speranza e di fiducia nel futuro della Carnia. Ha demolito così il mito di una Carnia con l’handicap della perifericità, sconfessato  il rito delle lamentazioni sulla marginalità. Al contrario, ha presentato il quadro di una terra carica di opportunità da cogliere. Nella quale si può scegliere di vivere. Nella quale si può condurre una vita piena di gratificazioni, unendo le soddisfazioni  che possono derivare da un lavoro all’altezza dell’impegno profuso nello studio, a quelle che vengono dal saper vivere l’emozione del rapporto con un ambiente e una natura carichi di fascino.
            Centrale la testimonianza della professoressa Compagno originaria di Rigolato, diventata  Magnifico Rettore dell’Università di Udine che ha rivendicato una sorta di superiorità antropologica dell’uomo  carnico rispetto al friulano, dell’uomo di montagna rispetto a quello di pianura. A condizione tuttavia che, chi vive in Carnia, sappia interpretare come vantaggio competitivo, la diversità del suo essere, come si è venuta realizzando e definendo, nel confronto con la diversità dell’ambiente.
            Il messaggio di saper trasformare in vantaggio competitivo la diversità, è stato subito colto dalle scuole. Il film, ridotto in DVD, è stato portato in visione con un progetto della Comunità Montagna in tutte le classi delle scuole medie superiori e discusso appassionatamente. Spesso con polemiche accese.
             Il progetto della Comunità Montana ha fatto sì che il “futuro della Carnia” diventasse il tema culturale di fondo delle scuole in Carnia. Ha portato ogni alunno a criticare ciò che manca. Ma soprattutto  a valutare, alla luce anche della storia, un suo possibile ruolo da giocare in positivo, per sé e per il territorio.     Partendo dalla discussione sul film i ragazzi hanno  capito  come ognuno può contribuire, mettendo in campo il proprio spirito di intrapresa, a realizzare lo sviluppo del territorio che gli ha dato i natali, mentre realizza le proprie aspirazioni personali, giocando al meglio i propri talenti.
            Si può discutere, se sia bastato Il film “Inchiesta in Carnia” a innescare la rivoluzione culturale, diventata negli anni successivi  la rivoluzione economica e sociale che ha segnato i “mitici anni venti”, ma che il film abbia avuto il ruolo d’una scintilla per lo scatenarsi di un incendio è fuor di dubbio.
           
Cap. 5 - POMERIGGI DI FESTA.

            Si discute ancora su chi abbia titolo a vantare la paternità dell’idea. Secondo alcuni, tra un bicchiere e l’altro, immerso nell’antro del suo locale, è venuta ad Alfio del Borgat. Io preferisco schierarmi con quelli che ritengono sia venuta al sacrestano della Chiesa di Santa Caterina, stanco di vedere la sua bella chiesa riservata alle funzioni del  Santo Rosario prefunerario. A me ha detto d’essersi ispirato alla tradizione. S’è rifatto a quando la gente usciva di casa al pomeriggio per partecipare alle funzioni del Vespero, e infatti avrebbe voluto dare all’iniziativa il titolo di Vesperi Tolmezzini.  Ma poco importa chi l’abbia avuta, e meno ancora che poi abbia preso il nome, meno evocativo, di “Domenica Pomeriggio a Tolmezzo”.  Straordinario il fatto che a Tolmezzo abbia avuto successo. Dopo tanti anni nei quali non s’era riusciti ad andare oltre un malinconica festa della mela.
            L’idea era semplice. Ogni domenica la montagna carnica è invasa, sia d’inverno che d’estate da turbe di turisti. Basta trovare il modo di fermarli al rientro la sera. Ed è fatta. Basta trovare il modo di suscitare un interesse che li convinca ad abbandonare la tangenziale ed entrare in città. Via Roma, Via Ermacora, che sono già a senso unico ascendente, al pomeriggio d’ogni domenica possono essere chiuse al traffico senza creare alcun problema. Il grande traffico è in discesa. Nel salotto di Tolmezzo costituito da queste due strade e da parte della piazza si può allestire qualcosa che dia un ultimo tocco alla festa che i turisti hanno trascorso ammirando la Carnia. Un digestivo di qualità che valorizzi la scorpacciata di panorami  suggestivi di  profumi e colori di Carnia che i turisti hanno fatto durante il giorno, a primavera, d’estate e d’autunno. Una chiusura adeguata per la poesia vissuta d’inverno nell’incanto delle nevi dello Zoncolan o di Forni di Sopra
            Si è iniziato con poco: i bar ed i negozi tutti aperti. Una orchestrina in Piazza per i giovani, un concerto in Santa Caterina per gli Anziani, intrattenimenti per i bambini nel parcheggio. Ma quel poco ha cominciato a portare gente e si è creato un circolo virtuoso che ha portato alla realtà attuale che tutti ci invidiano. A Tolmezzo si tengono 52 feste all’anno, con una grande partecipazione di tolmezzini, di carnici e soprattutto di turisti da tutta la Regione e dalle Regioni contermini.
             Le due vie del centro storico sono diventate un vero salotto con tanti piccoli negozi trasformati in vere boutiques: la macelleria della carne di montagna, la formaggeria dei prodotti che tanti piccoli produttori carnici hanno preso ad inventarsi, i prodotti dell’artigianato artistico. Eccetera Eccetera, ma tutto a livello di nicchia di alta qualità... L’arredo urbano si è adeguato, gli archi dei sottoportici sono diventati un rincorrersi originale di luci e suoni. Si sono aperte delle osterie caratteristiche all’insegna del buon bere, dei locali arredati con gusto ove, con ancora più gusto, gustare i piatti tipici della Carnia, reinventati con grande fantasia. I complessi musicali fanno a gara per potersi esibire nella festa. Non manca la cultura a Palazzo Frisacco, al Museo Carnico e nella Chiesa di Santa Caterina trasformata in una vera sala per concerti.
             All’Unione Europea è stato presentato un progetto sulla valorizzazione del vivere in montagna che ha ottenuto grandi consensi e consistenti finanziamenti per l’adeguamento dell’arredo urbano, dei locali privati, e per la gestione della manifestazione.
            Dopo cinque anni non c’è turista che venga in Carnia la domenica che non sappia che al pomeriggio c’è festa a Tolmezzo, che non provi il desiderio di lasciarsi coinvolgere dall’originalità di questa festa. Il fatto poi d’ave visto la città in festa induce i turisti a tornare, con una positiva ricaduta sul commercio ma anche sul modo di vivere, sulla felicità degli abitanti.
            A ricordarlo comunque ci sono due enormi cartelloni luminosi posti all’entrata a Tolmezzo da Villa Santina e da Arta Terme. Per non farci mancare un tocco di innovazione tecnologica, i cartelloni, con la georeferenziazione d’ogni posto macchina sono in grado di informare il turista su quali siano i parcheggi liberi a disposizione.


Cap. 6 - Pro Carnia/Assieme si può.

            I quattro vecchietti che avevano riesumato l’Associazione “Pro Carnia”, nel 2016, continuavano a provocare, sfidando i giovani  a dimostrare che cosa sapessero fare. “Giovani e vecchi,” ripetevano in continuazione,”non si distinguono in base all’anagrafe, ma perché i primi guardano avanti i secondi guardano indietro”. A sentire i discorsi in giro pareva che il mondo fosse finito a gambe all’aria: erano i vecchi a pensare al futuro, mentre i giovani si crogiolavano ricordando il passato!...
             Finchè, stanchi di sentire gli sfottò dei vecchi, nei giovani è scattata la scintilla dell’innovazione e si sono dati da fare per riproporre in forme nuove l’idea della “Pro Carnia”. Non si era trattato, negli anni trenta, di una qualsiasi associazione culturale: era una associazione di gente disposta a fare, oltre che a pensare. Tant’è che, un po’ per far cassa, un po’ per dare un servizio aveva preso in gestione addirittura la biglietteria della Ferrovia Carnia-VillaSantina.
            Per darsi un tono, in un primo momento i giovani avevano pensato di dar vita a qualcosa sotto il  motto “I have dream”, poi ripiegarono su un  più comprensibile “Assieme si può”. Sotto questa insegna ogni primo venerdì del mese la sala  del Consiglio Comunale di Tolmezzo diventava una sorta di “camera delle associazioni”. Qualcuno obiettò che il termine aveva qualcosa di fascista e così si finì per definire la riunione mensile “Rete delle Associazioni”. Al di là dei termini, l’innovazione stava nel fatto che venivano convocati  assieme i consigli direttivi di tutte le associazioni operanti sul territorio: Lyons, Rotary, Fidapa, ma anche Associazione commercianti, artigiani agricoltori, assieme ai commercialisti, avvocati, notai, oltre al Cai, agli Alpini,  alla Pro Loco e a ogni altro gruppo in grado di sviluppare in loco qualche iniziativa.
            Il tema degli incontri, veniva posto dal Sindaco, in una concreta applicazione della democrazia partecipativa, non come richiesta di suggerimenti all’Amministrazione Comunale, ma come richiesta di “Che cosa ognuno di noi, come singolo e come associazione, può fare, per fare uscire Tolmezzo da questa “morta gora” nella quale è lentamente è scivolato negli ultimi decenni”. Dopo le schermaglie iniziali, sul tema “s’arrangi chi è stato eletto” alla fine hanno preso ad emergere proposte concrete,  nuove idee e nuove disponibilità a fare.
            Un pizzico di suspense non guasta, e quindi si rimanda ad un prossimo capitolo per sapere, quali sono state queste idee e questi coinvolgimenti che in breve sono riusciti ad innestare la ripresa che ha portato ai “mitici anni venti”.

Cap. 7 – L’energia per la ripresa della Carnia.

            Naturalmente la ripresa sul piano culturale ha avuto come premessa un risveglio sul piano economico. Si discusse molto se lo sviluppo economico fosse stato premessa dello sviluppo culturale, e se ne sta discutendo ancora. Ma non è il caso di lasciarsi trascinare in una discussione accademica sull’uovo e sulla gallina. Il dato storico è che ci fu una vigorosa ripresa economica e che tutto partì a seguito d’una iniziativa sull’energia.
            I quattro vecchietti di cui s’è già detto s’erano messi in testa di organizzare un convegno sul tema “l’energia per la Carnia”. “Aria fritta!” hanno esclamato in coro i 28 giovani sindaci della Carnia. “E’ ora di finirla di sciacquarci la bocca con le solite litanie. Gliela facciamo vedere noi a questi reduci, dimostrando loro come le nuove generazioni sanno passare dalle parole ai fatti.”
            Era l’anno nel quale papa Francesco I° aveva indetto il Giubileo della Misericordia. Un anno segnato da molti miracoli, fra cui, non ultimo questo dei “carnici per una volta uniti”.
            In un capitolo successivo si tornerà sul fatto per spiegare nel dettaglio come si concretizzò. Qui val la pena di riportare il successo del risultato. In poco meno di un anno si formò una cooperativa per la produzione ed il consumo dell’energia elettrica! L’idea non era nuova. Bastava immaginare di portare a livello di tutta la Carnia, ciò che la cooperativa Secab stava facendo in Alto But. Facile a dirsi! Tant’è, che i vecchietti del convegno, ci avevano provato più volte. Senza successo. E invece nel 2016 anche la Carnia ebbe il suo miracolo della misericordia.
            La Comunità Montana si sciolse conferendo le sue centraline alla Cooperativa Elettrica Carnica, alla quale aderirono, conferendo i loro impianti tutti gli altri privati e la Secab. Non solo. Si trovò l’accordo anche con Italia Nostra, per lo sfruttamento da parte della nuova cooperativa di tutte le derivazioni ancora utilizzabili. Anche i fanatici dell’ambiente si resero conto che si doveva privilegiare il ripopolamento della gente nei paesi, rispetto al ripopolamento delle trote nei torrenti!
            Comunque, ripeto, sui dettagli tornerò in seguito. Si realizzarono nuovi impianti a pannelli solari, si trasformarono in centraline elettriche tutti gli acquedotti. Insomma, si raggiunse, l’autosufficienza energetica. La gestione del sistema fu data ai soci privati della cooperativa, garantendo l’efficienza. Con la mediazione della Regione si raggiunse un accordo con la Terna proprietaria delle linee elettriche. Non so come. Ma so che non meno di diecimila famiglie della Carnia, aderirono come soci della nuova Cooperativa. (che si guardò bene dal chiedere prestiti ai soci!). Fu così che in tutte le famiglie della Carnia si prese a pagare l’energia elettrica a meno del 50% del prezzo di mercato. Ma il risparmio sull’energia divenne un moltiplicatore di altri risparmi di cui parlerò nei capitolo seguenti, come quello derivato dal trasporto pubblico in pooling, usando auto elettriche.

Cap. 8 – Satira o racconto?

            Un tale, uno dei pochi cui era capitato di leggere, seppure svogliatamente, quanto andavo scrivendo su “I mitici anni venti”, se l’è presa con me dicendomi “Cavolate! Questa non è satira, ma connivenza”. Da quel che poi mi ha aggiunto ho capito che confondeva la satira, con l’ironia. Gli ho spiegato che la mia poteva considerarsi satira se, con tale nome, s’intende un componimento con un’ attenzione critica particolare alla politica e alla società “mostrandone le contraddizioni per promuoverne il cambiamento”. Comunque, sì, ha ragione lui quando dice che “più che satire i miei sono racconti fantastici”. In effetti per il genere intendo richiamarmi alle satire del poeta latino Orazio, che intitolava le sue satire “sermones” cioè discorsi e le concepiva come riflessioni sulla società del suo tempo. Come lui, anche le mie riflessioni a “piede libero”, inciampando nel porfido sconnesso, immaginando per il mio paese un futuro che immagino possibile, fantasticando prospettive che mi auguro si possano avverare. E tra un inciampo ed una riflessione, mi va pure di importunare il computer, digitandogli ciò che mi passa per la testa. Finiti i tempi della carta, or si digita al mondo. Non si sa bene a chi. Non si può infatti  prevedere chi, a caso, finirà per leggere, ciò che si è digitato. Ma il digitare parole ha un senso in sé, permette infatti di scaricare pensieri che mantenuti in sito, farebbero irritare il colon.


Cap. 9 - Tolmezzo Wi Fi Free.

            Dopo anni di inutili discussioni su come fare in modo che tutti i cittadini potessero disporre della banda larga, alla fine, a Tolmezzo hanno preso il coraggio a due mani, e d’intesa con l’Ascom locale e la Camera di Commercio, hanno deciso, come si suol dire, di fare il salto della quaglia.
            Superando il progetto della rete urbana, già predisposto da amministrazioni precedenti, che avrebbe consentito anche ai cittadini delle frazioni di connettersi a pagamento, hanno deciso di lanciare il progetto Tolmezzo WiFi Free. Si è quindi realizzata una rete di hot spot che copre sia il capoluogo che le frazioni in modo da permettere di ottenere connettività gratuita in banda larga a tutti i cittadini in possesso d’un dispositivo in grado di connettersi. La connettività è libera e gratuita 24 ore su 24, con l’obbligo di identificarsi al momento dell’accesso. La rete tolmezzina aderisce alla rete federata nazionale “FreeItalia WiFi”. Ci si può quindi collegare gratis e navigare in internet, dalle panchine dei parchi e dalle sedie dei bar, piuttosto che dai prati di Pra Castello o mentre si attende la corriera.
            “Ma non basta dare ai cittadini uno strumento, anche se avanzato, se poi non si diffonde l’utilizzo,” hanno pensato giustamente gli avveduti amministratori. Per questo, si sono organizzati degli incontri, nei quartieri e nelle frazioni, per spiegare le possibilità di conoscenza e di intrattenimento interattivo che sono consentite da internet. Non corsi per l’uso del computer, ma incontri per spiegare, soprattutto agli anziani il facile utilizzo del computer, come porta di accesso a internet, per utilizzare Skype, Google ecc.
            E’ stato anche lanciato un bando per i ragazzi delle scuole medie superiori, alla ricerca di idee e suggerimenti su come il Free WiFi, può diventare uno strumento per fare di Tolmezzo una Smart City, con risultati brillanti che si andranno a raccontare nei prossimi capitoli.

Cap. 10 – Carnia Future Forum.

            Si discusse molto (e tra gli storici della Resistenza si discute ancora!) su quale sia stata la scintilla da cui è partito il fuoco sacro che ha cambiato culturalmente la Carnia, consentendo la formazione del clima di entusiasmo che ha portato al magico rinascimento de “I mitici anni venti”.
            I quattro vecchietti che avevano costituito la “Pro Carnia” sostenevano che il merito era loro, perché avevano avuto l’idea del progetto Carnia Future Forum. Non era poi un’ idea così nuova. Anzi era proprio, anche nel nome, un “copia incolla” dell’iniziativa che la Camera di Commercio aveva fatto a livello provinciale. Ma saper copiare è segno di massima intelligenza! Si assunse il tema: immaginiamo come vorremmo la Carnia tra cinque anni e di conseguenza pensiamo a cosa s’ha da fare perché si ottenga il risultato immaginato.
            Su questa idea è stato elaborato il progetto di Carnia Future Forum. Presentato alla Comuità montana ha ottenuto un immediato finanziamento. (Forse era la prima volta che il surplus di entrate derivanti alla Comunità Montana, dalle idee di quando “i vecchietti” erano ancora nell’agone politico, veniva utilizzato per creare sviluppo, e non per gonfiare inutilmente l’organico del personale!).
            Si trattava d’un progetto di animazione culturale in due fasi. La premessa era che “il risveglio” non poteva che partire sul piano culturale, dal ricreare nei giovani un interesse per lo sviluppo del LORO territorio, da un recupero del valore della loro identità di CARNICI.
            La prima fase prevedeva un audit per mettere in luce le cause del problema, individuato nel fatto che, malgrado il forte incremento del tasso di scolarizzazione, nei primi anni del duemila, si fosse assistito ad uno spaventoso calo dal punto di vista culturale. Intendendo per cultura l’interesse che una persona ha nei confronti dello sviluppo della comunità nella quale vive ed opera. Il progetto prevedeva di incaricare come auditor l’esperto che aveva gestito per la Camera di Commercio Friuli Future Forum, che (guarda caso!) era un carnico.
            Non ci volle molto a capire che buona parte della colpa era proprio della generazione de “i vecchietti” che aveva lasciato alla successiva non una storia ma un mito. (sic!)
            La seconda fase del progetto prevedeva due interventi di animazione culturale collegati, aventi come “facilitatore” l’auditor con lo staff che s’era creato. Da un lato si intervenne nelle scuole, obbligando insegnanti ed alunni a confrontarsi, dalle elementari ai licei, sul tema “la Carnia che vorrei”, dall’altro ci si mosse sulle associazioni d’ogni tipo, comprese le pro loco, sul tema del “che fare” e del “chi fa che cosa”. Il collegamento si realizzò nel fatto che gli studenti rientrarono in gioco nel secondo intervento come abitanti dei vari paesi.
            Sarà stato anche un fatto secondario ma si diffusero le iniziative di “i nipoti insegnano ai nonni” collegate alla necessità di far diventare un valore aggiunto l’utilizzo del Wi Fi, portato gratuitamente in tutte le case. Il loop “nonni e nipoti e viceversa” divenne un brand, attorno al quale si sviluppò tutto ciò che andrò a raccontare in un prossimo capitolo.


11 – Dalle stelle alle stalle.

            Non è che tutto andasse per il verso giusto anche  in quel 2016 quando iniziò la risalita verso i Mitici anni venti. Proprio  la sera del 19 febbraio  nella quale i vecchietti discutevano della Carnia Future Forum, Il direttore de “Il Messaggero Veneto” autorizzava la stampa d’una lettera che gli era pervenuta da parte di tal Alcide Catarinussi. Si lamentavano le condizioni dei servizi igienici dell’autostazione. Ai vecchietti si rizzarono i pochi capelli rimasti. Ma come una Comunità piena di soldi da centraline, non trova il modo neppure di sistemare i cessi dell’autostazione? Che pessimo esempio per tutti gli studenti della Carnia! Che brutto biglietto di ingresso per i turisti che arrivano in corriera! Eppure la Comunità è stata affidata a un commissario con i poteri di decidere senza sentire Consigli o Assemblee. Si lamenta che in cessi in buona parte sono cronicamente chiusi. Non sono state appaltate le pulizie? Manca la carta igienica. Dobbiamo accollarci una colletta all’uopo? Che “indecorosa situazione”, come scrive Alcide!
            Per fortuna la Comunità stava esalando gli ultimi singulti, prima di morire senza lasciare rimpianti. Se non in quei quattro vecchietti che ricordavano i bei tempi, Quando in una Comunità con 119 delegati, si riusciva a discutere di tutto. E ci si impegnava anche per lo sviluppo economico, realizzando centraline, capannoni, mercati aste bovine, impianti smaltimento rifiuti. Tutto in un pietoso sfacelo!
            Per fortuna alla Comunità si è sostituita l’UTI della Carnia. Che le cose erano cambiate lo si è potuto vedere proprio a partire dai cessi dell’autostazione. Ampliati, sistemati, abbelliti, con un servizio di pulizia permanente da fare invidia a quello degli Autogrill sulle Autostrade. Con un impianto di telecamere appendice dell’impianto di videosorveglianza installato in tutta l’Autostazione. E’ proprio vero che con i cambiamenti si deve partire dal basso!

12 - Dal terremoto l’idea della rinascita.

            Una spinta decisiva per il decollo dei Mitici Anni Venti a Tolmezzo, è stata una ritrovata intesa con Gemona che ha portato a parlare di Mitici Anni Venti per l’AltoFriuli.
            Nel 2016 correva il quarantesimo anniversario del terremoto che aveva distrutto il Medio Friuli il 6 maggio 1976. La Regione pensò ad una celebrazione all’insegna del “quanto è bravo questo popolo friulano!”. Nell’Alto Friuli che comprende quella che era stata considerata la capitale del terremoto, l’entusiasmo celebrativo si spense subito nella considerazione che, a ben guardare, c’era ben poco da celebrare visto che era in corso lo smantellamento di quanto aveva caratterizzato la ricostruzione. La Carnia aveva perso il Tribunale, la Coop.Ca, le Caserme, Gemona, per effetto della riforma sanitaria regionale stava perdendo l’ospedale. Forse anche Gemona, per la prima volta, si rendeva conto che non sarebbe stata il naturale piede della frana che stava investendo la montagna. Come dimostrava la stato di agonia dell’ospedale la frana avrebbe coinvolto tutto l’Alto Friuli, a lungo andare, a solo vantaggio di Udine.
            Fu dall’analisi di quanto stava succedendo per effetto della riforma sanitaria che scattò la reazione. Il non aver trovato un’ intesa bipolare tra Gemona e Tolmezzo, si capiva ormai che aveva innescato una frana nella sanità, che spostava il baricentro del sistema sanitario su SanDaniele, con un danno immediato per Gemona ed in prospettiva per Tolmezzo e l’intera montagna.
            I processi economici e sociali non si arrestano, vanno invertiti. Su questo presupposto tra Gemona e Tolmezzo si riprese a parlare di Alto Friuli, Non per farne una istituzione senza poteri per incidere sugli sviluppi economico-sociale, come sarebbe stata la Provincia che avrebbero voluto i promotori del referendum, ma per farne un sistema economico e sociale basato sull’Asse Gemona-Tolmezzo.
            La riforma dei Consorzi Industriali si era conclusa inglobando il Gemonese su Udine, lasciando autonoma la Carnia con il Cosilt. Due paradossi in uno perché la Carnia è sottodimensionata per un Consorzio Industriale, facendo slittare il Medio Friuli su Udine si crea un mega Consorzio, talmente articolato sul territorio, da non aver alcuna possibilità di programmazione progettuale. Da qui l’idea di rivedere il tutto sulla considerazione che le zone industriali di Amaro e Osoppo possono essere considerate contermini perché collegate da 10 minuti di autostrada. Da qui l’idea d’un Consorzio industriale dell’Alto Friuli. Da qui l’idea di inglobare e fondere Innova Fvg, facendo diventare il Consorzio un centro per l’innovazione tecnologica, incubatore per la nascita di nuove imprese.
            Da qui l’idea che per fare  il sistema Alto Friuli si doveva prima di tutto attivare le connessioni. Un investimento massiccio sulla banda larga, ma anche la ripresa di collegamenti fisici.  Si è ottenuto che Amaro-Gemona sia un tratto di autostrada che si percorre gratuitamente. I due centri sono collegati tra loro da autobus diretti via autostrada. Diventano così collegati, con distanze di soli venti minuti, i due ospedali ed i due centri scolastici.
            Dall’economico al sociale. Unificate le due aree industriali si è passati a rivedere la riforma sanitaria, puntando sui collegamenti sia dal punto di vista sanitario che degli utenti. Non è stato facile perché in passato si erano commessi errori che ancora bruciavano. Ma alla fine si è capito che l’Unione fa la forza, è nato così un Centro Sanitario bipolare capace di unire la qualità umana dell’assistenza dei piccoli ospedali, con un’alta specializzazione delle prestazioni. Per questo capace di attrarre utenza da tutto il Medio Friuli. Gemona è diventato un centro specializzato a livello regionale in urologia per la chirurgia e in diabetologia per la medicina.
            Il modello è stato poi trasferito al sistema scolastico. Si è capito che ci si poteva porre in alternativa a Udine con scuole ad altissima specializzazione ma non sovradimensionate. Gemona e Tolmezzo si sono divisi gli indirizzi e in breve sono riusciti a fare dei centri scolastici di eccellenza, collegati tra loro dall’autobus autostradale. Rivedendo il sistema dei trasporti del Medio Friuli, puntandolo su  Gemona e non solo su Udine, si è ottenuto che anche il Centro scolastico diventasse polo di attrazione per il Tarcentino e il Sandanielese.
            Una volta decollata l’idea del sistema sull’Asse Gemona Tolmezzo, si è riusciti a declinarla anche in ambiti nei quali sembrava impossibile la collaborazione, come quello turistico o dell’agroalimentare. La forza di questa Asse con l’appendice del Tarvisiano si è dimostrata vincente soprattutto a favore della montagna. Le aree interne infatti sono vivibili se sono il retroterra d’un territorio vivo e dinamico. Isolate, non possono avere altro che la forza di piangere.
            La classica ciliegina sulla torta è stata infine la costituzione dell’Associazione tra le tre UTI dell’Alto Friuli sotto il nome di Comunità montana delle alpi e prealpi giulio carniche. Non è stato facile, come non era stato facile arrivare alla costituzione delle Uti. Ma alla fine è prevalsa l’idea che se compito dei Comuni non è solo quello di gestire l’anagrafe, le strade e l’edilizia privata, ma quello di partecipare attivamente allo sviluppo economico e sociale del territorio, questa prospettiva non poteva che realizzarsi nella dimensione territoriale dell’Alto Friuli, con positive ricadute anche sui Comuni più periferici.
            Si è costituito un organismo snello gestito dai tre Presidenti delle Uti, con il compito di coordinare le politiche di sviluppo e quindi di scegliere e controllare nella loro attività le terne proposte per l’amministrazione di tutti i Consorzi locali, da quello industriale a quello turistico, del bosco, dell’agroalimentare et via di seguito.
            La Comunità si è assunta il compito primario di gestire l’assistenza, e l’fa fatto con criteri assolutamente innovativo L’asilo nido diffuso e la Casa di riposo aperta. Tre asili nido collegati con una rete di Tagesmutter collegati in rete per dare il servizio anche nei paesi più periferici. Le case di riposo aperte per dare assistenza, con un continuo monitoraggio, alle persone anziane che non volevano e potevano restare nelle proprie case. Nulla di eccezionale, si dirà. Ma sta di fatto l’Alto Friuli è diventato meta per studiosi e delegazioni dalle altre Regioni d'Italia che venivano a studiare il modello di assistenza socio sanitaria.

Cap. 13 – La Carnia si spopola.

            C’era a quei tempi un giornale che dopo aver fatto un egregio lavoro con i friulani, al loro  fianco per animarli nella non facile opera di ricostruzione e di ripresa economica e sociale dopo il terremoto, s’era messo a fare il menagramo. Con la Carnia in particolare!
            Il 30 agosto del 2016 era uscito con un paginone  un paginone, (quasi un inserto) intitolato Carnia in crisi, sottotitolo: qui serve il lavoro.
            Era da un po’ di tempo, almeno dalla crisi della Coop.Ca in poi, che il Messaggero Veneto ci metteva nel  parlare della Carnia lo stesso impegno che l’aveva da sempre distinto come il giornale delle necrologie!
“Basta! Che porta sfiga! “ aveva imprecato qualcuno.
            L’assunto dell’articolo era che la Carnia perde abitanti perché manca lavoro.  Qualcuno gli ha replicato su Faceboock.
            Perché il giornale non lancia una inchiesta giornalistica per verificare quanti occupati in Carnia vengono dal Friuli? Con una domanda aggiuntiva, per sapere quante sono le persone che pur avendo il lavoro in Carnia hanno messo su casa in Friuli e fanno in pendolari in salita? Si arriverebbe probabilmente alla conclusione che il problema non è tanto la mancanza di lavoro, quanto il rifiuto culturale del vivere in periferia, nella montagna emarginata. E’ anche un problema di costi, perché se hai dei figli scendi vicino alle scuole, ancora meglio se c’è l’Università. Scendi per ridurre il costo dei trasporti, del riscaldamento. Per avvicinarti ai servizi. Una seria politica per la montagna dovrebbe intervenire per abbattere questi costi per decentrare i servizi. Certo!
            Resta comunque il problema culturale. Abitare in montagna è una scelta di vita che presuppone il saper apprezzare il vivere in montagna. Bilanciando i maggiori costi con i vantaggi anche economici che si possono legare al vivere in montagna: coltivare l’orto, farsi le legna, tenere gli animali da cortile, o addirittura integrando il reddito con la gestione di un B&B..
            Chi non ha alcun interesse per i panorami, i boschi, le rocce, le camminate, e men che meno per zappare la terra, ma preferisce i dopolavoro in pantofole davanti alla televisione, perché dovrebbe scegliere il disagio di continuare a risalire ogni sera la montagna? Molto meglio un appartamento in Friuli. Anche per un questione di oculatezza negli investimenti! Chi si fa la casa a Timau, sa che appena l’ha finita vale meno della metà di quanto gli è costata. Chi invece si fa la villa a Moruzzo, sa d’aver fatto un investimento che si rivaluta nel tempo.
            Per questo ritengo che il problema dello spopolamento della Carnia non sia tanto un problema di mancanza di posti di lavoro, quanto un problema culturale. L’inversione di tendenza presuppone una rivoluzione culturale che deve partire dalle scuole.   Nell’inchiesta di cui sopra il giornale provi a chiedere quale è la cultura del territorio che si inculca negli Istituti superiori della Carnia. Se dovesse scoprire che si insegna a vivere la montagna come una maledizione, dalla quale è opportuno liberarsi appena possibile, troverebbe una spiegazione più plausibile alla fuga ancora in atto dalla Carnia, malgrado non manchi il lavoro, o non manchi più che da altre parti.

            Anche da questi interventi si capiva molto bene che già nel 2016, la Carnia si stava radrizzando la schiena, per riuscire a farsi carico dei problemi ereditati dalla precedente generazione, e trasformarli in vantaggi competitivi per il rilancio che avrebbe portato ai mitici anni venti.

Cap. 14 - Fatti e Misfatti in Carnia.

             Girava per Tolmezzo in quel fatidico 2016 uno strano figuro: il classico rompiballe. Non pago dei danni fatti quando aveva avuto l’opportunità di fare, s’era proposto di farne di nuovi  con la scrittura, al declinare del giorno mortale, nell’età in cui la natura riserva agli uomini solo la facoltà di parola. S’era messo in testa di riscrivere la storia della Resistenza in Carnia. Sosteneva addirittura che, a suo dire, non era mai stata scritta. Sostituita dalla storia d’un mito. E i miti servono a distrarre, non a far pensare.
            In questa sua crociata demitizzatrice aveva valuto ripubblicare la ricostruzione della storia della Resistenza fatta dal primo sindaco di Ovaro eletto nel dopoguerra, intitolata Fatti e Misfatti in Carnia durante l’occupazione tedesca. Dopo una prima presentazione in quel di Ovaro, aveva chiesto la saletta della biblioteca per presentare il libro a Tolmezzo. Una saletta da diciassette posti per i suoi diciassette lettori. L’assessore alla cultura del tempo, pur essendo uno dei devoti del mito della Resistenza, illuminista al punto da ritenere che comunque va rispettata e difesa la libertà anche di chi non la pensa come noi, rispose alla grande. D’accordo con il Presidente della appena costituita Unione territoriale intercomunale della Carnia, (nome  grondante poesia burocratica!), volle mettere a disposizione la sala della defunta Comunità Carnica. Fu un enorme successo di pubblico. Tanta gente in piedi. Insufficienti i duecento posti a sedere. E anche tanti libri venduti, con la visibile soddisfazione dell’editore Aviani.
            Con il rompiballe incalzato dall’Assessore, sulle orme del sindaco di Ovaro Antonio Toppan, si è convenuto sulla necessità di ripartire da una storia condivisa. Di primo acchito quella sala piena, fece pensare a un caso. Poi si rivelò un evento che contribuirà non poco al decollo della rinascita della Carnia nei mitici anni venti. Infatti, sul piano pubblico come su quello individuale, è  importante sapere da dove si proviene per  trovare la forza ed il coraggio per andare dove si vuole andare. La storia è maestra di vita. Ma, appunto, si deve cercare la verità della storia, quando si vuole serva alla verità della vita.
            Il rompiballe ha ripetuto più volte nel corso della presentazione come un mantra: “la storia insegna, il mito distrae”. “Tanto distratti che abbiamo perso persino l’idea di dove vogliamo andare”, ha commentato, suscitando i convinti applausi dai quali è partito il movimento di rinascita culturale dei mitici anni venti.

15 – La Carnia in “banda larga”.

            I quattro vecchietti della “Pro Carnia” se l’erano data come priorità assoluta, la banda larga! In una comunità senza schiena come la Carnia del tempo, cosa si poteva pensare di riuscire a cambiare? Eppure loro ci credevano! Vedevano la banda larga come l’impianto di midollo osseo in un corpo malato. L’innesto di nuova vita: nuova linfa per la società civile, nuova grinta e nuove idee al comparto economico.
            E per una volta hanno avuto ragione.
            L’inserimento della rete a banda larga è diventata l’insperato collante capace di trasformare la malattia dell’individualismo in un punto di forza: ha messo i carnici l’un contro l’altro in gara a chi fa meglio, dopo anni di guerra l’un contro l’altro armati a demolirsi a vicenda.  Finalmente anche in Carnia, come in buona parte del mondo si è  preso a utilizzare ed usufruire di Internet per lavorare, aprire nuove attività ed incrementare le preesistenti, studiare, giocare, divertirsi, rimanere "connessi" con il mondo e comunicare anche se in cima ad una montagna.
            E’ partito così, addirittura dall’UTI, (l’Ente che si credeva abortito ancor prima di nascere!) l’impulso al telelavoro. Già alla fine del 1916 ha attivato una piattaforma per il telelavoro, sperimentata con i propri dipendenti che non avevano problemi di front office e messa a disposizione a titolo gratuito di professionisti, piccoli imprenditori, quanti insomma fossero interessati a sperimentare i vantaggi del telelavoro. Alcuni giovani hanno attivato delle start up in telelavoro. A Runchia un centro di design. A Rinc un centro di progettazione informatica. A Tarlessa, in alcuni chalets dismessi, una ricercatrice di rientro, ha attivato addirittura un outsourcing del centro di calcolo dell’Università di Cambridge.
            Solo a titolo di esempio. Perché non è il caso elenchi tutte le iniziative sorte sulla piattaforma della UTI  affidata in gestione al Cosilt che ha assistito con consulenze e provvidenze regionali l’avvio delle start up.
            Il comparto del turismo non ha voluto essere da meno. Dopo la scontata messa in rete di tutte le informazioni e di tutte le offerte del Villaggio di nome Carnia, si è passati ad applicazioni più sofisticate. I punti di interessi sono diventati parlanti, resi più suggestivi con la realtà aumentata. E tutto in rete! Sicchè il turista riusciva alla sera o nelle giornate di pioggia  ad anticipare o ripassare le sue visite in realtà virtuale. Ma le iniziative furono tante che certamente mi sto dimenticando qualcosa!...
            L’UTI aveva  preso in mano e ribaltato come un calzino il programma Aree interne della defunta Comunità, giocandolo tutto sulla banda larga. Teledidattica: sostituiti i libri di testo con computer e tablet, doposcuola da casa in classi virtuali in un concetto di istruzione permanente, anche per gli adulti, e gli universitari in collegamento con le aule universitarie. Teleassistenza: le case delle persone singole dotate di sistemi di presa in carico dell’utente sia come domotica che come supporto sanitario. Telemedicina: gli infermieri di prossimità dotati di video sensori in grado di portare virtualmente sul posto il servizio ospedaliero.
            Eccezionale poi il sistema di teletrasporto, in rete integrata su una piattaforma dell’Uti, tra car-pooling e car -sharing con una flotta di auto elettriche pubbliche ricaricate nei singoli paesi con l’energia elettrica ricavata dai locali acquedotti. Il sistema di teletrasporto al servizio dell’e-commerce con la spesa a domicilio, al servizio delle poste per un recapito puntuale a  minori costi. Chi l’avrebbe mai detto!
            Che dire infine della rivoluzione introdotta nel comparto agricolo che ha fatto della Carnia un modello a livello europeo per il programma Aree Interne? Le mandrie in malga con il trasmettitore collegato in Gps che impedisce loro di uscire dai confini del pascolo programmato. I pastori sostituiti dai droni con telecamera. Le mucche che si fanno mungere a programma dalle mungitrici automatiche. Rivoluzionata  anche l’agricoltura di paese. I prati sfalciati dalle falciatrici telematiche, come già avveniva da tempo con tosaerba per i giardini di casa. Dotate di cingoli per raggiungere anche le pendenze proibitive come facevano le donne del Novecento,  con i grifs sotto gli scarpets. Robotizzati e telecomandati anche i ranghinatori e le piccole imballatrici. La fienagione diventata lavoro da gestire da una console da playstation. Che meraviglia!
            E sono solo esempi! Molto infatti non mi viene a memoria delle tante ricadute positive che si sono avute a seguito della introduzione della banda larga, che ha fatto della  Carnia un modello.
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 Capitolo - 16.

I Boschi come risorsa.
            Con il COSILT s’era definito un rapporto per il quale il Consorzio per lo sviluppo economico diventava un Ente strumentale della nuova UTI/Comunità Montana della Carnia. Restavano da affrontare i settori economici non di competenza del Consorzio: il turismo, l’agroalimentare e il bosco. Si partì da quest’ultimo per rispetto alla storia. Il bosco è infatti come un libro nel quale si legge alla rovescia la storia della montagna: avanza spavaldo, quando la gente si ritira. Fermarne l’avanzata, è come dare alla gente il segnale che è in atto una ripresa. Si iniziò ristrutturando l’esistente: il Consorzio Boschi Carnici e la Legno Servizi. Il Consorzio era nato all’inizio del Novecento con l’idea lungimirante di gestire assieme i boschi che s’era riservata per i propri utilizzi la Repubblica Veneta. Ma molte idee,  lungimiranti quando nascono, diventano corto miranti nella gestione. Nel caso del Consorzio c’era chi ne elogiava i risultati chi ne vedeva solo gli aspetti problematici. Così, per tagliare la testa al toro, si decise lo scioglimento del Consorzio e la restituzione ai Comuni dei boschi rientranti nei territori comunali di competenza. Ma in coincidenza con lo scioglimento si fece un’altra pensata  lungimirante: contestualmente si creò il Consorzio di gestione di tutti i boschi comunali e, dopo le solite resistenze e incomprensioni, vi aderirono tutti i 28 Comuni. Si unificò così la gestione del patrimonio boschivo di proprietà pubblica.
            Con una pensata ancora più lungimirante, a fianco si creò il Consorzio dei Boschi privati della Carnia. Dopo un paio d’anni di discussioni, tutti i privati proprietari boschivi capirono il vantaggio d’avere un ente al quale affidare la gestione, mantenendo inalterati i diritti di proprietà e l’adesione fu totale.
            Venne a costituirsi così un unico ente gestore  di tutto il patrimonio boschivo della Carnia. Per la prima volta quindi la possibilità di programmare tagli, manutenzione e reimpianti in una logica comprensoriale. Una società di cervelli carnici (scarpe grosse e cervelli fini!) predispose un sistema informatico telematico per il controllo del bosco, in grado di monitorare la crescita delle piante, di accorgersi dei tagli abusivi, di catalogare persino i nidi degli uccelli. Ma non basta! La società Meccatronica carnica, sulla base delle esperienze svedesi, costruì un complesso macchinario robotizzato per il taglio del bosco. Il bestione, su pattini e con un brevettato sistema elettromagnetico di ancoraggio al terreno, era in grado di superare qualsiasi tipo di pendenza. Tagliava tutto ciò che incontrava davanti a sé, per una fascia larga trenta metri e ingurgitava tutto il tagliato, alberi e cespugli, per vomitare da dietro tronchi su misura già scortecciati e sacchi di cippato, come fossero balle di fieno. La seguiva un altro robot da carico che raccoglieva i tronchi ed i sacchi, e un terzo infine che reimpiantava fino a dieci piantine al colpo.
            Contestualmente la LegnoServizi  divenne la società con il compito di realizzare in loco il valore aggiunto della filiera del legno. Dalla Carnia non uscì più il legname in tronchi, ma soltanto legname trasformato. In una prima trasformazione, come tavolame o legno da opera. O in ulteriori trasformazioni, come energia da biomassa o bioetanolo, e in tutto ciò che la fantasia degli artigiani del settore, opportunamente stimolati e adeguatamente animati, riuscì ad inventarsi.
            Ma il vero colpo di genio fu quello della start up di alcuni giovani universitari. Cercando di emulare le intuizioni di Linussio o dei Solari a Pesaris riuscirono a  valorizzare i sacchi di cippato, inventandosi un nuovo combustibile, una via di mezzo tra la carbonella e il pellet, un materiale ad alto valore calorifico da usare in particolari stufe da riscaldamento. Mattonelle leggere e pulite, facili da trasportare, capaci di bruciare per ore.  Di conseguenza nacque la fabbrica per produrre queste stufe, secondo un particolare brevetto. Il nuovo combustibile venne chiamato Carniafûc e la nuova stufa Fûcfire. Il mondo venne invaso da questi nuovi prodotti e la Carnia divenne universalmente famosa per la nuova invenzione. Un poeta, cui evidentemente non mancava la fantasia, scrisse un carme sui Carni che erano riusciti a imprigionare il potere del loro dio Beleno, il dio del sole.

            Capitolo - 17
            Non è colpa loro!

            Alla fine degli anni sedici, il pessimismo aveva raggiunto livelli dai quali sembrava impossibile riprendersi, come invece poi è avvenuto. Questa lettera scritta, (nel novembre del 2016) non si sa bene da chi ad un imprecisato Alberto, rende bene l’idea del clima che si respirava.
            Carissimo Alberto,
            alla fine mi sono convinto. Non è colpa loro. Non ci possono capire. Usiamo un linguaggio troppo diverso dal loro. Ai nostri tempi (chi più chi meno) noi ci incazzavamo contro la generazione precedente. Erano gli anni settanta. Venivamo dal sessantotto (chi più chi meno). Poi è arrivato il terremoto e ci siamo un po’ omologati nell’idea di essere i ricostruttori materiali (anche morali?). Ora vorremmo passare la mano pensando che questi siano come noi. Ma non è così! Me li immaginavo incazzati contro la mia generazione: quella di chi non si è accorta stesse fallendo la coop.ca, che s’è fatta scippare il tribunale, le caserme. La generazione che non s’è accorta di come  il casello dell’autostrada introducesse una rivoluzione copernicana nel modo di concepire la prospettiva di sviluppo della Carnia.
            Ma questi non si incazzano! La nostra incazzatura nasceva dall’avere un’ idea diversa rispetto a quella della generazione precedente. Ma questi non hanno idee. Si sono visti cadere addosso la riforma sanitaria, la riforma dei Comuni e non hanno fatto una piega! Da sotto il piedi gli hanno tolto l’acqua, e sulla testa gli hanno calato l’elettrodotto e non hanno avuto un brivido. Si sono rimessi a sognare un inutile traforo di Monte Croce e si sono girati dall’altra parte. Si sono mossi solo un po’ per aggiustarsi lo strapuntino, per un piede rimasto al freddo. Ti incazzi con la storia se immagini il futuro! Ma se l’obiettivo è cavartela con il quotidiano, usando la notte per prepararsi a sopportare senza danni il nuovo giorno, l’incazzatura non serve. Anzi, fa danni!
            Non è colpa loro! Gli abbiamo insegnato che ci si può proteggere dal freddo, coprendosi con la coperta del mito del passato. Che Il fiume è qualcosa da ammirare, non qualcosa da arginare. Non ci possiamo sorprendere se non si accorgono che sta tracimando. Se pensano di risolvere il freddo che sentono ai piedi, tirando un altro po’ la coperta del mito. Crogiolandosi nell’idea di città alpina, come abbiamo fatto con l’idea della Repubblica della Carnia.
            Non è colpa loro! Noi venivamo (più o meno) dal sessantotto. Questi vengono dal vuoto (dal punto di vista politico) in cui li abbiamo cresciuti. Un vuoto che si ha l’impressione di riempire quando si ha qualcosa o qualcuno a cui contrapporsi (vedi i cinque stelle), che diventa assoluto quando si viene chiamati a riempirlo in proprio. Senza un’ idea di futuro, non lo si può che riempire alla rinfusa, dando valore e significato ad ogni cianfrusaglia che capita per le mani. C’è solo da augurarsi che si rendano conto dell’errore nel quale sono stati cresciuti e si fermino a confrontarsi per elaborare una progetto di futuro. Piuttosto che andare senza sapere dove è meglio fermarsi. E’ meglio perdere tempo  a fare il punto della situazione e individuare nuovi obiettivi, nuovo traguardi e quindi nuovi percorsi.
            Ma se questi hanno la nostra testa, da carnici, come faranno a  pensare di fermarsi a riflettere?...




Cap. 18 – Di miti si muore.

            A quei tempi circolava un tale che sosteneva la tesi  che il male della Carnia fosse la mitopatologia. Con questa scusa se la prendeva con tutti.  Nel diario de “I mitici anni venti in Carnia”, è finita non si sa bene perché e per come una sua riflessione a costituire questo  capitolo 18 del diario, che ha lo stesso titolo che lui ha dato alla riflessione.
            Di miti si muore.
            Mi rendo conto che non è facile seguirmi sulla strada della mia riflessione a proposito dei miti. Potrei  anche essere completamente fuori strada. O potrebbe essere una strada, peraltro già anticipata molto tempo fa dalle riflessioni di Giorgio Ferigo. Per mito intendo la rappresentazione che la società carnica ha di se stessa e della sua collocazione nel contesto i cui vive. La rappresentazione che ne fanno e ne hanno fatta gli intellettuali o quelli che passano per tali. Io credo che per superare il complesso di inferiorità, sentendoci diversi in peggio, per colpa della natura matrigna, invece che cercare in che modo  migliorarci, abbiamo voluto proporci come diversi in meglio (il mito!).
            A iniziare dalla storia della Resistenza.  Invece che partire dalla riflessione sul Martirio della Carnia, abbiamo trasformato il periodo in una Estate di libertà. Invece che riflettere su come ci avevano fregato  i politici udinesi, impiantando in Carnia una loro repubblica partigiana del Friuli. abbiamo rovesciato la frittata, facendo diventare la Repubblica partigiana del Friuli esportata in Carnia, come la culla dell’autonomismo carnico. La Comunità carnica invece che una realtà da costruire superando le difficoltà, l’abbiamo vista come la Magnifica Comunità. I primi in Italia a pensare così in grande! I più bravi nella Cooperazione! Salvo poi lasciar morire la Coop.Ca, le stalle sociali etc. (e speriamo che la Secab faccia eccezione!). Con l’orgoglio d’essere il quinto capoluogo della Regione, per merito del tribunale, salvo perdere il Tribunale e finire a fare il paesotto, da quaranta anni attestato sui diecimila abitanti, incapace di assorbire l’emorragia della montagna retrostante. Con l’orgoglio d’essere un centro ospedaliero di livello regionale, salvo non accorgerci che l’ospedale sta scivolando  sulla strada che lo porterà ad essere poco più che un pronto soccorso.
            Anche il mito d’essere un importante centro periferico di servizi dello Stato, Militari, Guardia di Finanza, Carabinieri etc. sta per essere sfatato. Cosa ci resta per giustificare il titolo di città? Basta  fare una passeggiata per le vie del centro per trovare la risposta…!
            Però ci siamo proposti come Città Alpina! E’ qui che volevo arrivare! Non vorrei che fosse il nuovo mito! Non vedo che cosa ci sia a legittimare il fatto che Tolmezzo possa definirsi Città Alpina.
            Almeno che, invece che un mito nel quale crogiolarci, come s’è fatto in  passato, non diventi un obiettivo da raggiungere. Città è sinonimo di una qualità di vita legata alla qualità dei servizi. Alpina è l’aggettivo che indica la capacità di questa città di relazionarsi con il territorio montano circostante per diventarne non solo il capoluogo ma veramente la capitale.
            Le generazioni precedenti si sono lasciate condizionare dai miti. Mi auguro che la nuova, quella dei trenta/quarantenni sia indenne  dalla mitopatologia. Mi dispiacerebbe finisse anche stavolta in una serie di convegni nei quali illustri luminari ben pagati ci vengono a imbonire su quanto sia bello vivere in una città alpina.
            Mi auguro, al contrario, che Città Alpina sia soltanto il titolo d’un quadro da riempire con le azioni previste negli assi del programma Spazio Alpino. Quindi la città alpina dell’innovazione sia sotto il profilo tecnologico che quello sociale, la città alpina vivibile che sperimenta nuovi modelli di convivenza e condivisione, la città alpina del buon governo riguardo anche al territorio retrostante al punto da riuscire a a trasformare una Unione territoriale in un vera Comunità Montana.


Cap. 19 – Dalle fantasie dei  miti a quelle produttive.
           
            Sulla scia della banda larga, si realizzò in quegli anni un miracolo produttivo che ricordava molto quello del Linussio che, nel settecento, partendo da Paularo, aveva impiantato una impresa che dava lavoro a diciassette mila dipendenti. Una coppia di giovani carnici chiese al Presidente del Consorzio Industriale gli spazi per poter realizzare in Carnia il proprio sogno imprenditoriale. Quando sentì di cosa si trattava, al Presidente imprenditore venne un po’ da ridere, ma non avendo nulla da perdere, e avendo tanti capannoni vuoti assegnò loro gli spazi richiesti.
            L’idea che sulle prime era parsa stupida prese l’abbrivio e divenne un successo mondiale.
            Partendo dalla favola di Pinocchio nella quale si dice di Geppetto che ha rifatto i piedi al burattino, che se li era lasciati bruciare, i due aggiunsero l’idea della fatina, che gli fece anche delle scarpette, che chiamò appunto “Pinocchiette”. Le aveva fatte con i pezzetti di stoffa trovati in casa, per cui erano scarpette più da Arlecchino, che da Pinocchio.
            Dalla favola, alla favola imprenditoriale.
            I due lanciarono l’idea d’un mocassino, composto da tredici pezzi cuciti l’uno all’altro con cucitura a vista. Quattro pezzi per parte, sulle tomaie laterali, uno in punta ed uno in tacco, e tre nella parte superiore. Misero in rete un software che consentiva agli utenti di progettarsi la scarpa. La suola era fatta in “noene” un materiale assorbente che la rendeva particolarmente confortevole. Ma l’originalità stava nel fatto che il cliente poteva sbizzarrirsi a comporre la sua scarpa scegliendo tra una vasta tavolozza di colori e accostando a piacimento i tredici pezzi che la componevano.
            Tutto da ridere! Come avevano fatto gli amici all’inizio, sentendo l’idea. Ma su un’iniziale passaparola scoppiò in internet un fenomeno virale. La società divenne un modello di Industria 4.0. Le pinocchiette divennero un successo mondiale! A Tolmezzo presero ad arrivare ordini a bizzeffe. Trasmessi alla fabbrica che si era realizzata ad Amaro nel magazzino dell’Ex Coopca, gli ordini venivano evasi in giornata e spediti in ogni parte del mondo.
            Calzare le pinocchiette multicolore, divenne una moda.
             Mantenendo l’idea del multicolore a scelta si dovettero scegliere nuovi tipi di materiale: stoffe particolari, pelli speciali e persino plastiche. Ci fu una gara tra i  giovani  a fare gli accostamenti di colore più originali. Si indissero concorsi alla pinocchietta più originale, serate di moda per inventare nuovi accostamenti. Anche i meno giovani le vollero, a volte scegliendo tredici pezzi dello stesso colore, ma apprezzando il confortevole della scarpetta. Quando poi se ne innamorarono anche i miliardi di cinesi e indiani, si dovette dislocare uno stabilimento di produzione in oriente, ma per merito della banda larga, gli ordini continuavano ad arrivare in Carnia. S’era ripetuto il miracolo di Linussio che aveva fatto della Carnia il centro del mondo. Ma non è finita! Il bello è che l’idea (che sembrava ridicola!) divenne un modello di sviluppo: il mix tra fantasia e internet divenne l’asset vincente per la carnia del 2020.


            Cap. 20 - Da Linussio a Menennio Agrippa     .

            Non so se ha veramente manico la riflessione sul fatto che di miti si muore, ma in quel disgraziato 2016 deve aver fatto un certo effetto. Deve aver contribuito almeno a far ragionare sul fatto che fermarsi a capire chi si è,  per sapere dove si può andare, non è tempo perso. Nella discussione si deve essere inserito qualcuno a suggerire che tra i miti da demolire c’era anche quello del carnico “sald onest lavorator”. L’uomo del diario deve aver avuto un momento di perplessità. Demolito anche questo che cosa restava degli allori su cui la Carnia si era cullata nel Novecento? Ma, alla fine, costretto a riflettere, per essere obiettivo arrivò a delle conclusioni sconcertanti.
            Da una matrice storica anarco-socialista il carnico si porta dentro una sorta di odio/invidia per il padrone. “Non sarò io a ingrassare il padrone!” Ma il bello è che questo atteggiamento da proletario incazzato lo rivela solo quando il padrone è un altro carnico. All’estero i carnici si sono rivelati sempre  lavoratori eccezionali. Anche in Italia, anche in Friuli!. Persino in Carnia se il datore di lavoro è Marchionne o la Burgo! Purchè il padrone non sia un suo simile, cioè un carnico! In questo caso, a prescindere da chi sia, emerge nel dna l’atavico blocco per cui “non si può ingrassare il padrone”. E’ un problema di dignità personale!
            “Non è vero,” si obiettò anche allora, il fenomeno storico di Linussio, dimostra il contrario. Sì e No! Linussio, da paularino, aveva capito i carnici, e li sfruttò facendoli lavorare non come dipendenti ma come padroncini. Tanti lavoratori a domicilio ed a cottimo, e quindi tante formiche in gara tra loro a chi faceva di più. Se fosse vera questa teoria si spiegherebbe la difficoltà ad avere in Carnia  una imprenditoria locale diffusa. Che sia vera o no comunque, nei mitici anni venti  è capitato che la messa in luce del problema, ha portato a trovare la soluzione per superarlo. Si sono istituiti dei corsi di formazione intitolati a Menennio Agrippa. Che c’entra Menennio con il suo famoso apologo? Si è preso a spiegare e a far capire che la Carnia deve essere considerata come un corpo: se lo stomaco, per gelosia, ha paura di alimentare il cervello, questo si infiacchisce, manca di stimoli e di energia. La sua apatia porta alla depressione, che diventa inappetenza, poca voglia di alimentare lo stomaco.
            Che sia stato merito di Menennio ho dei dubbi.  Il diario però registra che sulla base di questa riflessione s’è avuto uno scatto d’orgoglio ed ha preso a fiorire un sistema di imprenditoria locale dinamico e innovativo in ogni settore. Uno degli elementi portanti dello sviluppo dei mitici anni venti.



Cap. 21 – Il problema è solo culturale?.

            Per capire il miracolo del “mitici anni venti” è indispensabile capire da dove si è partiti e il percorso che si è pensato di seguire.
            Quando si era toccato il fondo in quel disgraziato 2016, un tale (che sia lo stesso del diario?) continuava a ripetere come un mantra che il problema del degrado della Carnia era soltanto un problema a culturale. Alla fine perché smettesse di rompere, gli fu organizzato un convegno perché spiegasse che cosa intendeva dire.
            “Cultura è…?” prese a dire e lasciò i convenuti per qualche minuto in sospeso. Qualcuno a pensare che cosa fosse veramente la cultura. I più a pensare che fosse uscito di testa l’oratore.
            “Cultura è, come dice la Trecani”, riprese a dire “ l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”.
            Tutto troppo complicato, aggiunse, e dopo un nuovo minuto di silenzio sbottò nella sua definizione: “Cultura è sapere chi sei nel contesto in cui vivi”. Aggiungendo, a mo’ di spiegazione “colta è quindi la persona che sa chi è nel contesto in cui vive”
            Un carnico può dirsi colto, quando si rende conto di cosa significa essere una persona con la propria individualità, che vive nel contesto della Carnia, della sua storia delle sue tradizioni, sapendo leggere ed apprezzare  l’ambiente che lo circonda.
            Un percorso di sviluppo per un territorio deve fondarsi sulla consapevolezza individuale dei suoi abitanti che è bello il posto ove si è nati e che assieme lo si può trasformare in un luogo ove si è avuta la fortuna di nascere.
            “Ma che cosa s’è fatto finora, per consentire l’acquisizione di questa consapevolezza,” ci si è chiesti in quel fatidico 2016. “Niente!” è stata l’amara e doverosa constatazione. Come può insegnare a vivere il contesto d’un paese una maestra che non lo conosce o un professore catapultato a forza in un paese, chissà da dove, per necessità non  per scelta. Insegnanti a disagio non possono che trasferire  il loro disagio sulla sede ai cui sono assegnati e alla fine ai loro alunni. Educano alla diffidenza e alla  insofferenza verso il territorio piuttosto che alla condivisione e all’amore.
              “Cosa si può fare?” si è chiesto chi capiva che piangersi addosso non serve a niente. “Si deve partire dalla scuola, dalle elementari, o addirittura dalle materne” ha suggerito qualcuno e il suggerimento è diventato un progetto per la riforma della scuola in Carnia.
            I ventotto sindaci hanno capito che il loro compito non poteva limitarsi a fornire i locali più o meno riscaldati. Dovevano intervenire sul programma educativo. A forza di accorpamenti si era finiti ad avere un unico Istituto Comprensivo Carnico, con una unica dirigente competente su tutto il sistema formativo, dalle scuole materne alle scuole medie.    Fra il Presidente dell’Unione territoriale intercomunale e la Dirigente fu facile trovare un accordo su un progetto che si muoveva su due gambe: la teledidattica  e l’alternanza scuola territorio.
            Sulla prima gamba ci fu un grosso investimento della UTI, per dotare tutte le aule della LIM, e per metterle  in rete “spillando” dalle rete dei Comuni.
            Sulla seconda gamba si concordò un progetto di scuola a tempo pieno con i bambini/ragazzi, nelle mattinate, a scuola negli Istituti di Vallata. Eliminando le residuali pluriclassi. Al pomeriggio invece, a fare i compiti e i programmi integrativi di alternanza scuola/territorio nei propri Comuni, e, quando possibile, nei propri paesi.
             Anche al pomeriggio in aule dotate di LIM in rete, in modo da potersi collegare al mondo, ed allo stesso tempo con la presenza di anziani del luogo, ad insegnare a capire come vivere al meglio il proprio paese. Nulla di particolarmente originale. Si copiò l’idea dai progetti di alternanza scuola/lavoro. Come quelli si ponevano l’obiettivo di collegare la scuola al mondo del lavoro, portando i ragazzi a vivere momenti di esperienza lavorativa, questi si posero l’obiettivo di collegarla al territorio, integrando ai programmi ministeriali momenti di esperienza del proprio territorio di conoscenza della storia. 
            Nulla di particolarmente originale perché da anni molte maestre stavano facendo originali esperienze di questo tipo producendo giornali, calendari e libri sul territorio.
            Ma si riuscì a farne un sistema, un metodo, condiviso in rete a livello trasversale tra scuole, a livello verticale con gli amministratori. Se amministrare un Comune significa porsi come manager dello sviluppo del proprio territorio, la formazione delle persone a vivere il territorio, non può non essere il primo punto d’un programma amministrativo.           Soprattutto in montagna, quando la premessa al programma, deve essere quella di mantenere e far tornare la gente a vivere nei paesi nei quali hanno avuto la “fortuna” di nascere.

 Cap. 22 - Dalla scuola la rinascita in Val Degano e Val Pesarina.
 (Sviluppo del capitolo precedente)

            Un ultimo sassolino si muove e parte una frana imponente. Un insignificante  sassolino  può così prendersi il merito d’aver provocato una frana. Allo stesso modo anche un fatto di per sé insignificante può diventare la prima pietra della rinascita dopo la frana.  Per questo gli storici del fenomeno della rinascita dei mitici anni venti in Carnia, attribuiscono una importanza  tutt’altro che secondaria alla conferenza tenuta dal già citato rompiballe all’inizio del 2017 sulla scuola del futuro in Carnia.
            Fu proprio dall’idea d’una frana che prese avvio il suo discorso. “C’è una frana demografica in atto, tanto vale calcolare dove si potrà fermare e da lì ripartire per ricostruire” Partì dalla previsione che dai 37.000 abitanti del 2017, in pochi anni la frana potesse arrestarsi attorno ai 30.000, e che quello fosse il dato su cui ragionare per immaginare il progetto della rinascita.
            Nulla di preoccupante spiegò dandosi arie da storico, perché la Carnia è sempre vissuta in una guerra continua con il bosco. A momenti l’ha respinto a favore dei prati, a momenti il bosco s’è ripreso il territorio. Nel 1781 la Carnia aveva  25.900 abitanti mentre invece nel 1922 ne aveva 65.850. Dopo un secolo tornare ai 30.000 (o giù di lì) è fisiologico. Ma la Carnia che si può immaginare partendo da questo dato non ha nulla a che vedere con quella che si era sviluppata su un numero più del doppio di abitanti. Ogni rimpianto è una perdita di tempo a partire da quello sul fatto che ogni paese aveva una scuola.
            Dal punto di vista della riorganizzazione scolastica si deve subito immaginare  la Carnia dei tre Istituti comprensivi: Val Tagliamento-Val Degano, Valle del But, e Conca Tolmezzina. Attardarsi su soluzioni intermedie è perdita di  tempo. Una (due al massimo) scuole Secondarie di Primo grado, due (tre al massimo) scuole Primarie per comprensorio. Il come e il dove da programmarsi non pensando alla difesa del numero degli  addetti (insegnanti e Ata), non alle bandierine che ogni Sindaco vorrebbe mantenere nel suo Comune, ma all’interesse dei ragazzi. Da crescere in una scuola di eccellenza se si vuole che possa diventare un motore di eccellenza per la rinascita del territorio.
            Già vent’anni prima con il progetto Sbilfs, in Carnia s’era proposta la teledidattica per  conciliare il decentramento possibile con le pluriclassi, con la necessità di evitare gli handicap che la pluriclasse può portare sotto il profilo didattico. Il rompiballe era stato invitato a conferenziare, proprio perché a suo tempo era stato ideatore di quel progetto. Si pensava che lo riprendesse e rilanciasse e invece…
            Analizzando le soluzioni più avanzate in fase di sperimentazione in Italia ed all’Estero, venne a proporre le CLASSI VIRTUALI A LEZIONE RIBALTATA. Non si trattava d’una provocazione perché la proposta era in linea con quanto  si andava seminando in Alto Friuli. Già il  6 settembre 2016  si era tenuto un convegno sul “Fare didattica utilizzando gli  EAS - episodi di apprendimento situato”. La sua proposta immaginava di portare a sistema le idee di quel convegno: dagli EAS alla Flipped Lesson.
            Flipped era già stata tradotto, con la mania dei termini in friulano, in  “Metìn sot sore”, da lui veniva ritradotto in “ribaltata”. A dar l’idea d’un vero ribaltamento dell’idea tradizionale di lezione frontale. L’uditorio composito non consentiva una trattazione approfondita dell’argomento. Si trattava di buttare un seme, e la conferenza fu l’occasione.
            Casualità o coincidenza! L’idea venne subito  tradotta in un progetto nell’ambito del programma Aree Interne. Nacque così  il programma pilota di scuola a classi virtuali a lezione ribaltata, che aveva come primo ambito di applicazione proprio la Val Degano-Pesarina.
            La scuola Secondaria di Primo grado ad Ovaro e due Primarie: quella di Ovaro per i ragazzi del posto, quella di Comeglians per i restanti Comuni. Le classi vennero collegate in rete a Banda larga convincendo l’Insiel a spillare la fibra dai Comuni. Tutti i ragazzi vennero dotati del Tablet. Le classi dotate della LIM la lavagna interattiva, collegate in rete. Un a grande spesa? Meno di quella necessaria per rettificare una curva o fare un nuovo ponte!
           
            Il concetto di “lezione ribaltata” si fonda sul presupposto che la conoscenza non va trasmessa ma va costruita dando all’insegnante il compito di facilitatore non di trasmettitore. Il secondo presupposto è che le nuove tecnologie amate dai ragazzi, non vanno demonizzate ma utilizzate. Su questi presupposti si sviluppa una didattica che rovescia l’idea tradizionale di lezione. Agli scolari viene anticipato il tema della lezione e vengono suggeriti i siti web ove possono acquisire una prima conoscenza, in classe si passa a ristrutturare le conoscenze acquisite. Si applica così il concetto di base del costruttivismo sociale per il quale  la “conoscenza non è un insieme di nozioni teoriche apprese, ma frutto di un processo dinamico, cioè della partecipazione attiva di un soggetto all'interno di un contesto, data dall'interazione con gli altri membri e la situazione circostante”.

            Il programma sperimentale si sviluppò in collaborazione con l’Università di Udine che mise a disposizione due tutor, con il compito di assistere quotidianamente gli insegnanti impegnati nella sperimentazione, con incarico a tempo pieno.- Un dottorando di Scienze della formazione che si stava specializzando sul tema ed un dottorando di informatica esperto della materia. Il comitato di Pilotaggio era costituito dai cinque sindaci della vallata. Convinti  che il loro compito non fosse solo quello di badare a che la scuola avesse il riscaldamento, s’erano posti finalmente nell’ottica di diventare “manager dello sviluppo economico del loro territorio”, facendosi carico quindi della formazione delle nuove generazioni.
            Per la flessibilità consentita dalle classi ribaltate, le lezioni in aula si tenevano solo alla mattina. I ragazzi rientravano al pomeriggio per il doposcuola nei rispettivi Comuni ove avevano la possibilità di prepararsi alle lezioni del giorno dopo seguiti da un tutor, a spese del Comune, e da animatori volontari, con il compito di sviluppare in loro il concetto ed il valore dell’identità di paese. Incidentalmente questa possibilità consentì ai sindaci di salvare le “bandierine” e rendere più facile l’’accettazione del progetto.
            Originale anche l’organizzazione delle classi come piccole cooperative, su modelli già sperimentati dall’Irecoop di Confcooperative. Divennero comunità di pratica per fare una esperienza di democrazia, attraverso le elezioni del presidente e del consiglio di amministrazione. Ma soprattutto divennero comunità di pratica per inseminare l’idea del fare impresa. Con la collaborazione di volontari del paese le classi attivarono iniziative di produzione e commercializzazione di prodotti agroalimentari, facendo esperienza  “sul campo” di gestione ambientale. Introducendo la metodologia del cooperative learning, dello studio cooperativo condiviso, divennero strumenti per favorire la cultura della condivisione
            Come all’inizio del Novecento era stata l’idea della cooperazione a favorire lo sviluppo della Carnia, si andò affermando l’idea della condivisione (sharing), come chiave per innescare un nuovo processo di sviluppo.
             Sharing-condivisione presupposto del progetto scolastico divenne un “must” per la valle. Sharing nei trasporti. La flessibilità tra scuola e doposcuola avrebbe comportato l’aumento dei costi dei trasporti e invece si giunse all’ eliminazione degli scuolabus sostituiti da una sistema di car pooling e car sharing utilizzando come autisti, genitori, nonni e volontari.
            Dalla scuola il sistema si trasferì al territorio e vennero eliminate anche le corriere.
            Ogni comune si dotò di autovetture da mettere a disposizione in car sharing. Il cittadino che la noleggiava aveva una tariffa scontata, (a titolo gratuito se caricava tre passeggeri). Gli studenti e poi gli abitanti acquistavano dei buoni trasporto  a prezzo agevolato (finanziamento del progetto)  che consegnavano al conducente che scontava il costo del noleggio. Il tutto in forma telematica o cartacea.
            Furono eliminate anche le mense scolastiche. I buoni pasto venivano gestiti condividendo la tavola delle mamme non impegnate al lavoro. Si riuscì persino a superare il disagio dei ragazzi che dovevano partire da più lontano. Si stabilì che le lezioni iniziavano al momento in cui i ragazzi si collegavano con il tablet alla scuola. Quelli di Forni Avoltri lo facevano entrando nelle autovetture dotate di WiFi, quelli di Ovaro entrando in classe.
            Il modello scuola si diffuse al territorio. Il concetto di Sharing consentì ad ogni paese d’avere l’Asilo Nido nella forma del Tagesmutter, la scuola materna nella forma delle classi aperte con il metodo Montessori, che prevede l’avvicinamento del bambino alla natura e al territorio che lo circonda. Gestendo l’orto o l’allevamento di chiocciole, previsto dal metodo, si sviluppò in loro il seme dell’imprenditoria.
            I Sindaci della valle capirono che dallo sviluppo di questo seme dipendeva il futuro della valle come quello di tutta la Carnia. Presero così a gestire sul proprio territorio i programmi di alternanza scuola lavoro introdotti nelle scuole medie superiori, finalizzati a favorire lo sviluppo del seme della cultura d’impresa. Rispetto ad un passato quando l’ideale era quello di poter fare la guardia forestale, prese a passare il messaggio che era stato di Linussio dell’”ex se factus-fattosi da solo”, come ideale per la realizzazione sul piano umano prima ancora che su quello professionale e del business.
             Sharing e Rete divennero le parole chiave anche per lo sviluppo economico. Il car-sharing consentì di risolvere il problema di molti servizi a partire da quello postale per arrivare a quello della spesa a domicilio.
            La condivisione delle case nelle forme del B&B in rete, rilanciò la ricettività che aveva avuto un grande rilievo nella storia della vallata e consentì la ripresa del turismo. La condivisione dell’agroalimentare a chilometro zero, fece della valle Degano-Pesarina un modello da esportare in tutta Europa.
            La integrazione del reddito con attività legate al paese diede una nuova motivazione alla scelta di vivere in montagna, mentre la scuola ridava nuove motivazioni sul piano culturale, e la riorganizzazione socio sanitaria consentiva una nuova vivibilità.
            Le figure del vigile di paese e dell’infermiere di paese, come terminali locali  della rete carnica dei servizi socio sanitari, ricrearono un clima diverso all’interno dei paesi. Migliorata l’assistenza domiciliare con l’introduzione dei sistemi domotici di vigilanza a distanza, fu possibile anche per gli anziani soli continuare a risiedere il paese. Mentre il collegamento telematico con sistemi avanzati di visione consentiva agli infermieri di paese di operare come terminali del Pronto Soccorso dell’Ospedale di Tolmezzo i cui medici potevano  partecipare in diretta a definire la diagnosi dei casi esaminati dell’infermiere.
            Alla fine si affermò persino il car-cooking al quale il rompiballe aveva parlato in altra occasione: si diffuse e divenne tradizione, l’idea di condividere in forma comunitaria, il pranzo della domenica.
            Chi avrebbe potuto immaginare che da un seme gettato a scuola, potesse nascere una pianta così nuova e rigogliosa!...
            DD, Degano Domani divenne un marchio!!!


Cap. 23 - Dalle fine delle Caserme la nuova Tolmezzo.
            La dismissione della Caserma Cantore, assieme alla Del Din, dopo il pianto di prammatica sui danni che sarebbero derivati dalla perdita dei militari che vi prestavano servizio, è diventata, in quel fatidico 2017, la più importante occasione  per il rilancio economico e sociale che ha portato, come s’è più volte detto, ai mitici anni venti della Carnia.
            A Tolmezzo si capì subito che l’utilizzo civile di due aree importanti per le dimensioni e la collocazione avrebbe potuto avere conseguenze devastanti sul piano urbanistico e quindi sul piano della organizzazione dello sviluppo urbano. Si decise quindi che l’impatto doveva essere assorbito attraverso una variante generale al Piano regolatore che rivedesse l’organizzazione di tutti gli spazi pubblici.
            A monte però ci fu una decisione che provocò non poche polemiche ma che si rivelò la chiave di volta del nuovo sistema: Tolmezzo rinunciò alla proprietà della Caserma a favore della appena costituita Unità Territoriale Intercomunale della Carnia.  Venne quindi spontaneo il ragionamento successivo per il quale si immaginò una articolazione funzionale a tre livelli degli spazi pubblici sul territorio comunale: gli spazi comunali, gli spazi da capitale della Carnia, gli spazi da riferimento regionale per l’area montana.
            Si licet parva componere magnis, si ragionò sulla Caserma Cantore paragonando Tolmezzo a Roma. Una cosa è il Campidoglio, altra cosa il Quirinale! Se in piazza XX settembre c’è la sede del Comune, la caserma Cantore va destinata alle funzioni di capitale della Carnia. Andava immaginata quindi come sede di rappresentanza della Carnia, spostando gli Uffici amministrativi allora mal sistemati in Via Carnia Libera, e collegandovi tutti i centri servizi a valenza territoriale.
            Si approfittò del fatto che in quel 2017 Tolmezzo era stata inserita nel novero delle Città Alpine a livello nazionale, per convincere la Regione a investire per farne veramente una “città alpina”, promuovendola a capitale della montagna regionale. Si trattava per la Regione di dare un senso all’investimento fatto per costruire a Tolmezzo un “palazzo della Regione”. Il palazzo poteva avere un senso soltanto immaginando un decentramento di funzioni regionali, non tanto a livello amministrativo, quanto riguardo alle azioni che la Regione aveva in programma per favorire lo sviluppo della montagna.
            Un po’ quello che si era pensato a suo tempo istituendo l’Agemont. In questa ottica venne logico a livello urbanistico pensare che si dovessero considerare spazi regionali, (impegnando la Regione ad occuparli e riutilizzarli) gli spazi pubblici sulla via di fronte al Palazzo regionale: gli uffici comunali di Via Linussio, l’ex Istituto Magistrale e anche la sede del Cosilt.
            Per farne che si chiesero in Regione? Scattò la classica lampadina! Morta l’idea perseguita dal Consorzio Universitario di portare a Tolmezzo una facoltà. Morta opportunamente perché senza senso l’idea di decentrare facoltà universitarie. La si riprese pensando a una sezione staccata della Scuola Normale si Udine. Un anno di perfezionamento post-laurea finalizzato a declinare le competenze acquisite, nei vari percorsi di laurea, sulla peculiarità dello sviluppo della montagna. Una scuola quindi per la montagna di livello nazionale, gestita dalla Regione assieme  all’Università di Udine. Un Master per venti persone, riconosciuto a livello ministeriale, con l’adesione delle Regioni attraverso la messa a disposizione di borse di studio per la frequenza. Soltanto in un paio d’anni divenne la scuola della montagna per eccellenza, la scuola per i manager dello sviluppo montano nelle Regioni di provenienza. Si dovette pensare subito a duplicarla nell’ambito del programma Spazio Alpino, con un’analoga scuola internazionale con l’adesione degli Stati transfrontalieri interessati dal programma.
            A caduta si collegò un altro discorso che consentì di valorizzare l’edificio dell’ex Istituto Magistrale. All’istituto professionale per cuochi e camerieri già attivo, si collegò un biennio di perfezionamento, per quanti volevano imparare a gestire in proprio le competenze acquisite, diventando imprenditori dell’accoglienza turistica. Periti turistici quindi, educati a vedersi realizzati non nell’ambito della burocrazia regionale, ma nel gestirsi in proprio, trasformando in opportunità le potenzialità del territorio.
            All’interno dell’istituto si applicò un innovativo programma di alternanza scuola lavoro. La centralità dell’edificio consentì di aprire la gestione di un bar e di un piccolo ristorante, aperto al pubblico.
            Mentre la Regione, per intervento diretto, stava realizzando queste cose, con un suo adeguato finanziamento, l’UTI della Carnia era venuto trasformando la Caserma Cantore nel cuore dello sviluppo della Carnia. Vi aveva trasferito la sede di rappresentanza. E occupando locali che in passato avevano visto i protagonisti di uno sviluppo riconosciuto a livello europeo, i Sindaci, avevano cominciato a smettere la mentalità ristretta della logica del loro campanile, per pensare nella prospettiva della Carnia come una unica Comunità. S’era finalmente capito che solo dallo sviluppo complessivo della Carnia sarebbe potuta venire la salvezza per i loro campanili.
            Accanto alla sede di rappresentanza si erano trasferiti tutti gli uffici, ma soprattutto si erano trasferiti gli Enti strumentali di sviluppo economico e sociale a partire dal Cosilt. I Sindaci che, come s’è visto, avevano iniziato a capire cosa significasse essere manager  dello sviluppo economico e sociale del proprio Comune, capirono che, ancora di più, questo doveva il ruolo che assumevano all’interno dell’UTI.  Finiti in quello che era stato il grande sogno di un carnico che partito da Paularo era riuscito a pensare a livello europeo, capirono che anche loro dovevano avere un “dream”, dovevano pensare in grande, avendo come obiettivo lo sviluppo economico del territorio.
            Rinacque così la “Fabbrica Linussio”, come espansione e sviluppo della Comunità Carnica. Linussio aveva saputo trasformare il territorio in una “fabbrica”, collocando sul territorio un sistema di piccole fabbriche che avevano nella “Fabbrica” il centro del sistema. I Consorzi di settore, collocati nei locali dell’ex fabbrica, divennero, i moderni centri di rete, di tante piccole fabbriche, in capo a giovani imprenditori innovativi, capaci di trasformare in vantaggi economici le opportunità del territorio, in campo turistico, artigianale e dei servizi.
            A questo punto il piano regolatore del Comune di Tolmezzo non poteva che prendere atto di ciò che era avvenuto. Furono così destinati a spazi a gestione comunitaria gli spazi dell’ex-caserma, a spazi della Regione quelli insistenti su Via Cesare Battisti. Il Comune venne accentrandosi su Piazza XX settembre, occupando gli spazi dell’ex Tribunale. Con un’espansione intelligente nei locali che erano stati della Comunità. Divennero infatti un centro di aggregazione socio culturale, che aveva nella ex sala riunioni della Comunità, ad un tempo, il punto di aggregazione e l’interfaccia verso il territorio.
            Rimaneva senza destinazione la caserma Del Din. Ridotta dall’incuria ad un cumulo di macerie, restava solo  il sedime. Qualcuno avrebbe voluto farne un nuovo quartiere di case popolari, alla fine prevalse l’idea originale di farne un’espansione della Stazione delle autocorriere. In una accezione completamente nuova: quella di deposito e centro servizi per il car-sharing e il car-pooling. Metodologia innovativa di uso dei mezzi pubblici e privati che aveva avuto un’espansione virale e che in pratica era venuta costituendo in  nuovo sistema di trasporti per la Carnia.

Cap. 24 - Dal Cosilt l’innesco dell’esplosione economica.
(seguito del capitolo precedente)

            Il trasferimento della sede del Cosilt nella ex Fabbrica Linussio, è stato l’elemento che ha fatto recuperare alla “Fabbrica” l’antico dinamismo. Recuperando le idee che avevano portato la vecchia Agemont a dar vita addirittura al Consorzio Friuli Innovazione, di cui ora mena vanto Udine, il Cosilt assunse le funzioni di Agenzia per lo sviluppo economico e quindi di promotore per la nascita, ed accompagnatore per il decollo, di nuove imprese in capo a giovani imprenditori, in qualsiasi settore. Da imprese per l’integrazione del reddito familiare come i B&B, alle imprese ad alto contenuto innovative nel campo dell’elettronica della telematica e della meccatronica.
            La parte della “Fabbrica” che era stata trasformata nei servizi di albergaggio per l’artiglieria da montagna, comprese le scuderie per i muli, venne trasformata in un incubatore di imprese, sulla scia di quanto si era già fatto a Spilimbergo approfittando del programma comunitario Konver e a Friuli Innovazione con il programma Techno Seed finanziato da programmi ministeriali.
            Si discusse inizialmente se riservare gli interventi ai giovani carnici, poi prevalse l’idea che l’innesto di residenti dinamici e innovativi, avrebbe contribuito alla ripresa demografica, ma soprattutto all’animazione del territorio. D’intesa con l’Ater l’agenzia per l’edilizia economica e popolare, si definì un pacchetto di agevolazioni per chi voleva insediare la sua start up nella ex Fabbrica, che comprendeva la messa a disposizione per un quinquennio d’un alloggio a condizioni agevolate, per il primo anno a titolo gratuito. Questo naturalmente in aggiunta alla messa a disposizione degli spazi per iniziare l’attività, alle agevolazioni finanziarie previste da apposita legge regionale e all’assistenza-affiancamento (a titolo gratuito) d’un imprenditore del settore e d’un esperto commercialista, sul modello del progetto Techno Seed.
            Per quanto riguardava i giovani carnici, si capì che il problema era soprattutto di mentalità a quindi culturale. Per questo il Cosilt acquisì le risorse professionali in grado di assistere le scuole nei loro progetti d’inseminazione della idea d’impresa, in particolare si assunse la gestione diretta dei progetti di alternanza scuola-lavoro. Sviluppò quindi all’interno dell’ex Fabbrica un Coworking Center frequentato soprattutto nei fine settimana dai giovani universitari carnici. Attrezzato con un bar autogestito dal CUCC Circolo Universitario Culturale Carnico, il Coworking Up divenne un luogo di aggregazione ove i giovani presero, oltre che a dire cazzate per passare il tempo,  a discutere del loro futuro visto nel futuro dello sviluppo della Carnia.
            La storica “Fabbrica”, divenuta così sede di Tolmezzo-capitale, e ridiventata in breve il cuore pulsante d’una Carnia rinata sotto il profilo sia economico che sociale. Tolmezzo-Comune ne ha guadagnato, perché il sistema bipolare ha consentito alla realtà urbana di svilupparsi proprio sull’interscambio tra i due poli. Si è evitato così il rischio che si era paventato, al momento della dismissione dell’ex caserma e all’inizio della discussione. Il pericolo cioè che un allargamento della struttura urbanistica potesse portare ad un ulteriore sfilacciamento e quindi degrado del tessuto urbano della città che nel 2016 aveva toccato livelli veramente da non ritorno.

Cap. 25 - Carnia Bio

L’idea che cambiò la Carnia negli anni venti venne da quel selvatico gestore del Borgat che però riprendeva una idea di Leo Zanier di trenta anni prima, proprio in coincidenza con la morte del grande poeta innamorato della sua Carnia: fare delle erbe officinali il brand di sviluppo del territorio. Sull’idea si innescò un Progetto integrato di sviluppo per il programma sulle Aree  Interne. Queste (in sommario) le linee di intervento, ma in pratica ci fu molto di più (!!!):
A – Agricoltura: si favorì in vari modi la diffusione dell’impianto di erbe officinali nei terreni incolti, favorendo la caratterizzazione delle valli per tipo di pianta.
B - Artigianato: si promosse l’attivazione di sistema di laboratori artigianali per la trasformazione delle piante officinali in prodotti per la cosmesi. In rete le farmacie rurali di zona acquisirono specifiche competenze per  la trasformazione delle erbe in prodotti farmaceutici, in collegamento con centri fitness nei quali si applicavano i prodotti.
D – Le Terme di Arta diventarono il centro di riferimento del sistema fitness diffuso, Sauris la punta di diamante del progetto.
C – L’idea era stata suggerita dal fatto che già nelle scuole locali si erano attivati percorsi di formazione sulla realizzazione di prodotti per la cosmesi e il benessere. Vennero sviluppati, intensificati, qualificati in collaborazione con la facoltà di Farmacia dell’Università di Trieste, e sfornarono le persone con le competenze necessarie per attuare il progetto.
D – Agroalimentare. Le erbe officinali furono assunte come caratterizzanti i prodotti agroalimentari della zona. I piatti alle erbe officinali la peculiarità della cucina carnica.
E – Turismo.  Carnia.Bio divenne il brand per rilanciare il turismo, puntando al target degli amanti del turismo-verde, in una Carnia diventata ancora più verde per le coltivazioni di piante officinali, resa intrigante con il recupero delle leggende legate al territorio, più ospitale per il rilancio storico delle camere con prima colazione o B&B che dir si voglia.
F – La Caserma Linussio divenne il cuore del sistema, l’hub del biodistretto. Il salone delle feste il luogo d’incontro ove realizzare importanti incontri tra produttori e consumatori. I laboratori di produzione, alternati ai laboratori didattici dell’Istituto tecnico e Professionale, garantivano il livello della formazione ma costituivano una vetrina sul territorio.


Il villaggio
B – benefica?
Di nome
I – intrigante?
C  A  R N  I  A
O – ospitale?
“Alle erbe” divenne una sorta di brand guida per lo sviluppo e per la promozione del territorio. “Alle erbe” infatti divenne la caratterizzazione dei piatti della cucina locale, come pure quella dei prodotti dell’agroalimentare. Dopo alcune sperimentazioni non riuscite si misero a punto dei formaggi alle erbe che divennero un prodotto ricercato a livello mondiale. I locali della ex.Rilcto divennero il centro di trasformazione delle erbe officinali in prodotti per la cosmesi, quelle dell’ex  asta bovine in centro per l’essiccazione delle erbe, la Fabbrica Linussio il centro di sperimentazione e di commercializzazione.